True Detective

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Una finestra sul cosmo.

Louisiana. 1995. Le corna spuntano dalla corona di spine. La povera testa inerte di Dora Lange sostiene tutto il peso, appollaiata sotto il grande albero. Tutto ha inizio con questo macabro scenario, un brutale omicidio che dovranno affrontare due detective dall’apparenza così diversa ma, forse, in fondo, fatti l’uno per l’altro.

Con echi che ricordano tanto Twin Peaks come Se7en l’ultima proposta della HBO è la sconcertante, magnetica e profondamente triste True Detective. La serie si svolge su due linee temporali che durante gli episodi si mescolano. Una è quella del 1995, dove i giovani detective Cohle e Hart investigano il misfatto e l’altra nel 2012, 17 anni dopo, quando il caso viene riaperto e gli agenti Papania e Gilbough interrogano sui fatti del ’95 i detective protagonisti. Con questa brillante proposta la serie ci mostra quello che realmente accadeva 17 anni fa e quello che invece spiegano nel 2012, facendoci chiedere il perchè e di conseguenza, intrappolarci nella storia fino a scoprire la verità.

Nic Pizzolatto crea e scrive questa magnifica serie poliziesca che, come buon prodotto di genere, ricorda e omaggia di continuo i grandi prodotti a cui deve tanto.

Dalle TwinPeaksiane inquadrature in travelling che mostrano il desolato e malinconico stato del Louisiana, all’approfondimento sulla relazione tra i due compagni poliziotti come succede in The Killing Se7en, passando per la creazione di simboli iconografici, quasi mitologici (come ha già scritto Toni de la Torre) più vicini a prodotti come Lost che ad altre serie dello stesso tipo. Ed è forse qui il fatto differenziale di questa True Detective, la fortissima e continua apparizione di icone istantanee che rimangono negli occhi e nei cuori dei telespettatori.

The Yellow King, il Green-eared Spaghetti Monster, Carcosa, le birre Lone Star, le spirali tanto fisiche come temporali, la metafisica quasi nietzschiana di Rusty Cohle…il tutto, la miscela, ha fatto esplodere in tutti noi la voglia di vedere il prossimo capitolo e poi un altro e un altro ancora. Fino all’ottavo e ultimo e bellissimo episodio che, ahimè, ha chiuso definitivamente le porte di questo terribile e ipnotico mondo.

Matthew McConaughey è il detective Rustin Cohle, un enigmatico poliziotto da poco trasferito in Louisiana. Tormentato dalla prematura morte di sua figlia e con evidenti problemi psichiatrici a causa del consumo di droghe durante il suo periodo come infiltrato, il personaggio diventa il simbolo del nichilismo della serie, la parte oscura e dolorosa della vita. A tratti silenzioso e a tratti logorroicamente filosofico il detective Cohle diventa, all’istante, idolo indiscusso della storia. Woody Harrelson è il ‘Sancho Panza’ della situazione, il detective Marty Hart, gran bevitore di birra e uomo pragmatico per eccellenza, il contrappeso perfetto per Cohle.

Diretti magistralmente da Cary Joji Fukunaga i due attori offrono due interpretazioni solide e assolutamente memorabili. Così, chi ha voglia di vedere in questa serie una semplice replica di gloriose proposte passate ne ha tutto il diritto. Chi vuole sapere chi è l’assassino, chi vuole conoscere i motivi di tanta brutalità, chi vuole sapere se i due detective faranno cadere il peso della legge sul colpevole è invitato ad entrare, guardare a applaudire, ci mancherebbe altro.

Ma, chi, a parte tutto questo vuole andare oltre, ne ha il diritto e oserei dire il dovere. Infatti la serie non si limita a offrirci prove e indizi per risolvere il caso ma, servendosi dei totem mitologici sopra citati, ci offre la possibilità di interpretarli come poetiche metafore sulla metafisica, l’etica e l’antropologia.

Con un veicolo dall’ipnotica potenza come il personaggio di Rustin Cohle tutto è ancora più semplice, i suoi discorsi e i suoi atti non sono altro che continue riflessioni sui perchè più antichi dell’umanità. Cohle disegna nel suo quaderno ciò che vede e interpreta con parole tutto ciò che prova, così, in una delle ultime scene della serie, sopraffatto da tutta questa carica filosofica ha persino allucinazioni sulla maestosità dell’universo.

La serie avanza tra tranquille scene inzuppate in dialoghi profondi e rivelatori e scene d’azione dalla magistrale fattura e ritmo (impossibile levarsi dalla testa il piano sequenza finale dell’episodio 4); tutto accompagnato da un’elegante e curata fotografia. I personaggi del profondo Louisiana fanno tanta paura quanto lo stesso scenario. Le paludi, le fabbriche abbandonate e le chiese bruciate sono solo un esempio del grigio, sporco e dantesco sottofondo. Godetevi, allora, questa magnifica serie poliziesca dalle mille sfumature.

Non abbiate paura e affacciatevi allo sconosciuto, addentratevi nelle tenebre di Carcosa e nelle vostre proprie paure. True Detective può offrirvi tutto questo senza il pericolo di cadere nell’infinita solennità del cosmo.

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