The Strokes

Comedown Machine. A qualcuno piace il quinto

Come la primavera che arriva all’improvviso. Come quei giorni invernali corti, freddi e grigi che di colpo vengono visitati dalla primavera e sinceramente nemmeno te ne accorgi.

Già, come la primavera al suo esordio che te lo devono ricordare i giornalisti. Perchè apri la finestra e non ne trovi di primavera, qualche raffreddore sì, ma di fiori e passeri poca roba.

Ecco, proprio così, all’improvviso e senza che nessuno dicesse niente è arrivato l’ultimo disco di The Strokes.  Senza pubblicità, senza hype mediatici, senza rumore, quatto quatto è apparso nelle vetrine dei negozi di dischi, PLOF, come per magia.

Con un design spartano e sobrio, uno sfondo rosso anni 70, la casa discografica (RCA) a lettere cubitali nere e la scritta The Strokes, sotto, piccolina. “Comedown Machine”, il quinto album, è già tra noi.

Il mistero continua perchè i ragazzi di NYC non hanno praticamente girato per i media alla ricerca della promozione, nemmeno su internet si sentiva quella puzza di zolfo dell’acqua termale che ci dice che qualcosa si sta cuocendo.

Una strana calma, quasi una voglia di apparire senza farlo. Un disco non voluto? Obbligato? No, non credo proprio. L’ascolto è una vera epifania.

Mi ero quasi dimenticato di dirvi che The Strokes è il mio gruppo. Personale e intrasferibile. I 5 di Manhattan, che nel 2001 (quando ancora le torri gemelle grattavano il cielo) lanciarono il loro primo album, hanno assolutamente rivoluzionato il rock.

Sono stati l’embrione di ciò che poi venne chiamato indie-rock e come pochi hanno saputo trascinare milioni di persone con i loro ritmi, il loro stile e quel tocco cool che non si levano di dosso.

Così, questo ultimo disco è stata come manna dal cielo, una sorpresa gradevole in tempi bui. Il disco inizia benissimo con Tap Out, una sorta di evoluzione di quel Machu Picchu che apriva l’anteriore disco del quintetto, dove finalmente troviamo il frutto dell’unione Casablancas – sintetizzatori (una passione che non sempre ha portato verso la migliore strada). Una melodia orecchiabile, un ritornello cantabile e un inizio spumeggiante.

All The Time è la seconda canzone e uno dei single lanciati in anteprima e si presenta come una canzone “all’antica”, dei primi Strokes, non è la miglior canzone del gruppo ma di certo non stonerebbe all’interno di “Room on Fire”. L’altro single lanciato è la terza traccia, quel One Way Trigger massacrato dalla critica e dal web e che a me ha incantato.

Mi emoziona, mi da i brividi, mi piace. Molto. Sintetizzatori, voce robotizzata, il basso di Fraiture e la batteria di Moretti come fondamenta e una melodia che trasporta direttamente verso la gioia più malinconica della storia.

Le melodie 80’s che tanto hanno rubato il cuore al front-man del gruppo ritornano potenti con la quarta canzone; Welcome to Japan è quasi disco, esotica e festiva ma estremamente debole.

Poi arriva 80’s Comedown Machine, un’opera quasi weezeriana dove la voce ritoccata di Julian a bordo di un bob scende tra i ghiacci delle chitarre di Valensi e Hammond Jr. Potente e a tratti banale, ma che goduria. 50/50 è la bomba che chiude la prima parte del disco, una pillola hard rock che porta i ragazzi diretti al CBGB’s; sporca, rumorosa, puzza di tabacco e alcohol ma, grazie a Dio, come tutto il made in Strokes, esageratamente elegante.

Una delizia. La seconda parte del disco, la faccia B, è molto più tranquilla e intimista. Con poca voglia di festa e sigarette. Slow Animals che apre questo side balla sulle punte dei ritmi dettati da Nikolai Fraiture come una ballerina per arrivare a un ritornello in cascata che trasporta ai ritmi che “First Impressions Of Earth” aveva accennato. Melanconica e potente. Continua con Partners in Crime dove le chitarre sono potentissime e sembra quasi primavera.

Solo per questa canzone vale la pena l’intero album.

Si respira aria pulita, sole sul bucato, erba verde e una coppia di opossum ballare innamorati. Poi, di colpo, sembra che Casablancas e compagnia siano andati a cena con Kavinsky, poi magari a bere qualche cocktail e poi diretti in studio a registrare la magnifica Chances, una chillwave che accarezza l’anima e ti porta a guidare, di notte, la tua macchina.

Magari al volante qualche lacrima la fai saltare. Emotiva, energica, strokesiana. Solo per questa canzone vale la pena l’intero album. Finisce il disco per se con Happy Ending, dove tornano le melodie 80’s e le chitarre potenti.

Poco incisiva, la canzone non lascia il segno nemmeno al decimo ascolto. E poi, un regalo, la bonus-track, quella Call it Fate, Call it Karma che, come la perla Clear Skies (la canzone solo per “esperti collezionisti” di materiale made in Strokes), porta a Julian e i suoi amici a un piano-bar del dopoguerra e, in bianco e nero, con un fumo spesso a formare una nebbia tra i tavoli del locale, ci accarezza i capelli e sembra dirci: “a presto”.

I ragazzi di New York, ormai alle prese con una lontana gioventù, sono stati massacrati da critica e fan. Dove la gente vede la perdita del marchio io vedo innovazione, dove i critici vedono un gruppo sciolto che brancola nel buio io vedo luce e voglia di creare. Saranno punti di vista, sarà ignoranza personale, sarà che io, il disco, lo ascolto due volte al giorno con un sorriso stampato in faccia.

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