Stasera mi butto

Remigio ama nuotare. Ogni mattina la sveglia suona alle 6.30. Una rilassante canzoncina scaricata da internet e inserita nel suo cellulare lo sveglia rilassatamente. Carmen, la moglie perfetta, dorme ancora almeno due ore e mentre, alle 6.35 del mattino, riceve il primo degli innumerevoli baci della giornata.

Questo, sulla guancia destra, le fa abbozzare un fugace e dolce sorriso. Remigio si toglie il pigiama, si lava la faccia e indossa un costume e una maglietta. Beve una bicchiere di spremuta d’arancio, prende il suo asciugamano a striscie verde e gialle ed esce di casa.Remigio abita a Barcellona; il suo quartiere: la Barceloneta.

Il mare, possente pozzanghera d’acqua sporca, un tempo era il padrone del mondo. È stato stuprato e avvelenato, è stato maltrattato e usato mentre lui, a testa alta, è sempre rimasto in piedi. Ispirazione di grandi poeti, via di fuga per tanti umani, complice di azione epiche ed eroiche, testimone di ció che chiamiamo vita, chioccia di uova che saranno pesci, non ha mai perso l’orgoglio. E ci ritroviamo, cosí, ad amarlo senza rispettarlo.

L’umanitá, brutta cosa questa.La sabbia sulle caviglie si scioglie al contatto con l’acqua marina e sparisce in un batter d’occhio. Il ginocchio, timido, si butta anche lui nel Mediterraneo e, con lui, si porta dietro tutto il resto del corpo. La temperatura gelida dell’acqua accappona la pelle sul ventre e rizza i piccoli peli cervicali. Remigio é felice. Remigio, sott’acqua, sorride con i capelli verso nord in rivolta contro la gravitá.

Sono le 7.00 am, è una giornata uggiosa nella capitale catalana; non ditelo a nessuno ma, questa, è davvero l’ultima giornata dell’umanitá. Jordi, con il bulldog francese, indossa occhiali scuri e nella testa un castano tupé. Passeggia per Montjuic con fare da divo, l’iPod alle orecchie e la camicia a scacchi. Eto’o, il giovane cane di razza, annusa di quá e di lá e, ogni tanto, lancia starnuti all’aria. Le piscine “Bernat Picornell”, olimpicamente famose nel 1992, sono chiuse. Jordi le intravede dalla cancellata, si abbassa gli occhiali fino in fondo al naso, e si sofferma davanti. Eto’o, intanto, russa da sveglio.

I seni di Matilde sono enormi. Grandi e belli. Il corpicino esile fatica a sostenerli. I tacchi a spillo aumentano la difficoltá della prova e le borse della spesa (due in ogni mano) rendono il tutto per soli professionisti. Matilde è mora; catalana da 24 anni e tremendamente bella. All’ombra della montagna magica di Montjuic, nel Poble Sec, é arcifamosa per la sua esuberante bellezza e per la sua elegante forma di mostrarsi al pubblico. É un vero spettacolo, mente cammina i fianchi ondeggiano come il mare della Mar Bella, le spalle si muovono in un’ellisse made in Gaudí e i suoi polpacci, ah! I suoi  polpacci, sono opera di Dio, lo dico io.

Alle 9.30 am ha giá fatto la spesa per la giornata e non le resta che andare verso il lavoro; allo MNAC (il museo che padroneggia su Montjuic) fa da guida per i turisti. L’asciugamano verdegiallo passa velocemente tra i capelli asciugandoli a mala pena. La sabbia ha occupato i piedi e i polpacci e, in fretta e furia, la mano, imitando timidi schiaffi, la leva non con poca difficoltá. Remigio prende il motorino, una Honda Scoopy rossa reduce degli ultimi anni ottanta, lo accende dopo due o tre calci e parte con il casco slacciato e qualche impavido granello di sabbia conquistando il dorso dei piedi.

Sono le 10.15 am e il sole a mezz’asta illumina la cittá. Dalle piscine olimpioniche si vede tutta Barcellona; sembra oggi che gli atleti del ’92, buttandosi dal trampolino, si tuffassero a capofitto sulla cittá modernista. Sullo sfondo la Sagrada Familia come principale testimone e spettatore si prepara allo spettacolo. É mercoledí e la pulizia mensuale ha svuotato la piscina per ripulirla a fondo; le 10.25 am, la cittá emana il profumo della fine.

La bocca si spalanca e gli occhi si aprono fino a quasi fuori dalle orbita, Jordi rimane esterefatto. Mentre guardava la piscina non si era reso conto che qualcuno stava salendo le scale del trampolino olimpionico, ed ora, quel qualcuno, sta nella cima del mondo, a un passo dall’abisso e in costume. Sembra pronto a qualcosa di  terrificante. Jordi, in preda al panico, lascia Eto’o ed, urlando, comincia ad arrampicarsi sul cancello; l’iPod gli cade a terra e la camicia fuoriesce maleducatamente dai pantaloni.

Guardando dall’alto i suoi piedi, Remigio, non sa cosa pensare. L’unghia dell’alluce sinistro é terribilmente piú lunga di quella destra; purtroppo non é il momento adeguato per una pedicure e, cosí, guarda un pó piú in lá. A 25 m vede il pavimento azzurro chiaro della piscina, gira la testa a destra e saluta la Sagrada Familia, Barcellona e sua moglie Carmen.

Un salto. Un tuffo. Cosí sia.

Matilde vede un cane. Eto’o gironzola con il guinzaglio a spenzoloni tra i cespugli del montagna magica. Matilde sorride perché a Matilde piacciono i cani. Eto’o non smette di russare da sveglio e, ignaro di tutto, non si ricorda chi é il suo padrone; ma lo cerca. Matilde prende il cane dal guinzaglio, si avvicina alla bestiolina e gli accarezza la testa. Eto’o, finalmente, rivede il suo padrone, un pó cambiato sí, ma è sicuro al 100% che sia lui. Eto’o non si sbaglia mai. L’iPod di Jordi suona ancora sul pavimento asfaltato. Dalle cuffie, le note di Abel Korzeniowski, non smettono di uscire.

Sono le 11.04 am e Barcellona splende di primavera, puzza di fine e chiude gli occhi. Rabbiosa in faccia e tremante, lascia partire il suo ultimo sospiro. Attonito, Jordi, osserva il corpo spappolato arrossire l’azzurro delle piastrelle. Chiude i pugni con forza e saluta l’innocenza che corre via come Bolt. É l’ultimo giorno dell’umanitá e Barcellona sbuffa annoiata.

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