Racconti

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Racconto I

Una stanza, un uomo legato ad un letto e un chirurgo assassino. Venite a scoprire una vita nascosta e sangue, tanto sangue. Mi risvegliai, mi girava la testa, cazzo, che dolore alle tempie! Provai ad alzarmi da quel letto che sembrava tutto tranne che familiare, ma ero come incollato a quelle lenzuola ingiallite e ingrassate.

La stanza sembrava quella di un motel che si vedono nei film americani, aveva un qualcosa di tetro, di morboso. Riprovai ad alzarmi, evidentemente le mie gambe non rispondevano e i miei polsi erano legati al letto, non potevo muovermi.

Bene, pensai, e adesso? La testa mi faceva un dolore cane e la stanza non smetteva di girare intorno a me, sembrava di essere in uno di quei maledetti caleidoscopi che ti regalano le zie quando compi 7 anni…per di piú quella stanza schifosa puzzava come un letamaio, per Dio!

Senza poca fatica riuscii a girare la testa verso la mia sinistra fino ad intravedere il comó, dove c’erano sparsi qualche spicciolo, un bicchiere d’acqua o qualcosa di molto simile e un anello. Un anello che non avevo mai visto prima.

Non riuscivo a capire cosa ci facessi in quello stato, in quella stanza. Sono un normalissimo scrittore di romanzi rosa, cosa che odio da molto tempo ormai. La memoria non mi aiutava, non ricordavo niente delle precedenti 24 ore.

Qualcosa ricordavo, Carla. Si chiamava Carla. Nell’ultima presentazione di uno dei miei romanzi romantici era apparsa questa rosa dai capelli rosso fuoco, giovanissima, in mezzo a quel mare di cemento raggrinzito e screpolato di vecchie signore.

Le firmai la sua copia e in cambio mi diede il suo numero… Dolore!! Coltelli affilati nelle mie cosce, non solo non mi rispondevano le gambe, ma facevano anche un male terribile! Nella parte finale del letto, dove dovevo trovare le mie gambe cominció ad apparire una chiazza di sangue, piccola e scura, lentamente ma inesorabilmente cominció a crescere, cominciai a dissanguarmi. La respirazione era affannata, il cervello non rispondeva, avevo paura.

Eravamo rimasti all’hotel Continental per bere qualcosa e parlare di “letteratura”. Ricordo solo di avere bevuto un pó troppo e poi, il buio piú totale. Ed eccomi lí, legato ad un letto lurido, perdendo sangue da chissá quale punto delle mie gambe e completamente terrorizzato.

Ed eccoti qui, su una sedia a rotelle, in una immacolata stanza di una residenza per malati mentali; ti conosco da troppo tempo ormai, 14 anni di cure psichiatriche per la precisione, per pensare che non stia succedendo qualcosa di nuovo nella tua testa.

Mai come negli ultimi mesi hai scritto cosí tanto, come se avessi fretta di farlo, hai un appuntamento a cui non puoi mancare e ci stai lasciando la tua bellissima ereditá. Inerte nella tua sedia te ne stai inconsapevole di tutto, la tua mente non si pone più perché.

Eppure cosí sei felice, ignaro, ignorante e ignobile di esistere. Come un bambino pensi solo ai tuoi istinti primari. O meglio dire, non sai che il tuo istinto primario era quello di scrivere e di pensare.

Povero figliolo mio, ora non sei nessuno. Popoli il mondo in quantità, sicuramente sarai importante per le solite statistiche animali sulla popolazione mondiale: un numero, un semplice numero in più dentro la massa. Va sempre tutto bene per te. Un imbecille inutile incredibilmente geniale, ogni tuo personaggio inventato viveva dentro te.

È forse il tuo ultimo racconto che ci lasci? ho proprio l’impressiona che sia cosí. Sappi, peró, che ti ho sempre voluto bene. Da quel balcone si vede il mare, le onde che sbattono contro la terra ferma.

Dalla riva si vede quel balcone, il sorriso, stampato su quella faccia, sbatte contro le mura di quell’ospizio per dementi. Finalmente felice, si lascia cadere dal suo balcone all’ottavo piano, perché l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.

Ad un tratto si aprí la porta, entró un uomo, una specie di chirurgo. Si avvicinó piano piano, bisturi in mano, verso il mio letto. Rimasi pietrificato. Mi accarezzó la testa e cominció l’operazione. Sangue, la morte non esiste.

Racconto II

Tutto pareva esistere d’una esistenza di sogno. La pioggia incessante cadeva sulla città da ormai due settimane, su di me la pioggia cadeva ormai da anni, da troppi anni. Una realtà onirica, sfatta. Un sogno pesante, dal quale mi era difficile svegliarmi. La pioggia continuava a cadere, le goccioline formavano una sorta di nebbia che rendeva tutto fantasmagorico, un limbo terreno per anime disperate.

Il rumore delle macchine sfrecciando nella pioggia mi schiaffeggia violento, sveglia vecchio sembra dirmi, è ora di vivere la realtà e non di starla a guardare. Ma come faccio a vivere qualcosa che non mi appartiene, la realtà non è mia. Preferisco pensare ai vecchi giorni, migliori di quelli di oggi.

La mia mente viaggia verso di lei mentre il marciapiede è gremito di fantasmi muniti d’ombrello; realtà grigia e nera. Io, per fortuna, ho il mio cappello. Me ne stavo lì, sotto il gazebo centrale aspettando la fine del diluvio.

Aspettando lei. La vidi arrivare, difficile non notarla. Come un raggio di sole squarciando la tempesta, lei in mezzo alla folla. Ombrello rosso e vestito nero impeccabile, emanava una luce speciale; di colpo, mi resi conto di avere gli occhi fissi su di lei e la bocca spalancata. Meglio chiuderla, vecchio mio. Era da anni ormai che amavo solo lei, dalla pelle tesa come cuoio al sole, esperta osservatrice, bella e innocente. Forte ma con un estremo bisogno di aiuto.

Ci eravamo messi d’accordo per bere qualcosa, strano, dato che erano mesi che non ci sentivamo. -Ormai sarà una settimana che non lo vedo, sono preoccupata, solo tu puoi aiutarmi…- , al telefono la sua voce era spezzata, quasi soffocata.

Bella idea la sua, suo marito si era “perso” e dovevo essere io ad aiutarla. Ma chi sono io? Un investigatore? Non credo, quello lo ero stato, è vero, ma troppo tempo fa, quando ancora ero capace di sorridere al cameriere quando chiedevo un caffè. Ora non so chi sono.

La barba cresce senza una regola sul mio volto, ricoprendo rughe ed espressioni. Forse sono un uomo sgualcito dal tempo, una carcassa con dentro un cuore ammuffito. Non è rimasto più niente di quell’ investigatore che lei conosceva. Resiste solo il vecchio impermeabile che ancora indosso.

Appena la vidi i suoi occhi chiedevano aiuto, il suo cuore urlava forte. Dopo mesi di assoluta inattività, il mio cuore si sentiva finalmente vivo. Ero finito, un uomo morto: debiti, troppo alcool, un divorzio da risolvere e un lavoro assolutamente tedioso.

Morto, fino a quel dì. Lei mi risollevò, come faceva un tempo. Era solita consolarmi, era solita innamorarsi di me; mi aiutava nei momenti peggiori e ci divertivamo, tanto, nei momenti migliori.

Dopo l’università lei si sposò, io feci lo stesso con la donna sbagliata, mentre continuavo ad amare lei. Hotel Continental, era lì dove eravamo rimasti. Al bar suonavano leggere le note dei Black Keys, suonavano solo per noi.

Ordinai un leggero White Russian per me e un Gin Tonic per lei. Era sconvolta, gli occhi senza trucco, le labbra spoglie e i capelli sciolti le conferivano un’aria diversa dal solito, più bella che mai, splendeva come il sole di primavera in una giornata uggiosa. -Scusa se ti ho chiamato, ma sono disperata, non so più cosa fare…- lei parlava, ma io non riuscivo ad ascoltarla. Vedevo solo lei, era tornata e questa volta non me la sarei fatta scappare.

La invitai a cena, accettò. Dicono che quando fai l’amore ti vendichi di tutte le sconfitte ricevute nella vita, quella sera mi vendicai anche io. Dopo mesi e mesi mi sentivo finalmente leggero, le zavorre accumulate con il tempo, in un attimo, scaricate via.

Più vivo che mai, più forte che mai, la pioggia smetteva di cadere e i primi raggi di sole uscivano timidamente per abbracciarci. O forse sarebbe meglio dire per abbracciarmi, perché quando mi risvegliai, ero di nuovo solo.

Ancora oggi non sono sicuro se i miei ricordi di quella notte siano solo stati frutto della mia immaginazione, un sogno, un momento di opaca fantasia. I baci, le carezze, la sua pelle contro la mia, i capelli di lei che avvolgevano il mio corpo; troppo reali per essere solo una fantasia.

Come un angelo, è passata volando sopra di me, liberandomi delle mie catene, spazzando via la polvere accumulata su di me, e poi, come d’incanto, è sparita di nuovo, nel nulla più profondo. Da quella sera in poi non l’ho più sentita, non l’ho più incontrata.

So solo che la pioggia sulla città non cade più e ogni volta che un raggio di sole sfiora la mia pelle le sue dita mi accarezzano. Di nuovo tutto pare esistere d’una esistenza di sogno, ma stavolta, finalmente, non mi voglio più svegliare.

Racconto III

Quei maledetti chiodi arruginiti. Rischio anche di prendermi qualche infezione rompiballe, tutto per colpa di questo schifoso lavoro. La bara è di legno, quel legno grezzo, pieno di schegge come erba al vento in un giorno di primavera. E, anche per colpa loro, rischio ulteriori e fastidiose ferite. Ma chi me lo fa fare a me? L’artrosi alle ginocchia, un dolore insostenibile alle cervicali, un dito mozzo e, di notte, sono arrivato al record di 12 pisciate…prostata assassina. La luna piena mi illumina. Le mani, di un inedito bianco lunare, si apprestano a innestare l’ennesimo colpo di martello, qualche chiodo in piú e missione compiuta. Pausa birra. Strano, ora mi viene in mente Johnny.

Quel bastardino era l’unico che mi aspettava quando tornavo a casa. Saranno ormai 7 anni che è morto. Stava inseguendo una farfalla, guardava in aria, punto di vista orizzontale. Fin troppo orizzontale. Quella lurida farfalla, lei aveva le ali, Johnny no. Fu quello il suo ultimo volo, lo ritrovai spiaccicato in fondo al burrone.

Povero Johnny. Sapeva anche cantare. Io suonavo l’armonica e lui mi accompagnava, quante donne mi aveva fatto conquistare! Un compagno di vita, il miglior amico dell’uomo, cosí dicono, no? Lo era. Lascio di nuovo la birra vicino ai miei piedi, il fango funge da sottobicchiere. Ha piovuto molto la settimana scorsa. Fango. Qualche nuvola tinge tutto di nero intorno a me, ma solo per un secondo.

Il bianco lunare, quasi d’avorio, mi illumina di nuovo. Me la prendo con calma, la notte ha questo vantaggio. La gente dorme, la fretta non esiste. Il pollice della mando destra, aiutato dall’inseparabile indice, si avvicina al taschino sinistro della mia amata camicia di flanella. Lo apre con cura e preleva il pacchetto di sigarette. Me ne rimane una sola, ma porca …!!

La dovró fumare con parsimonia. È mio dovere. Mi siedo. Sulla bara no, il rispetto viene prima di tutto. Una roccia grigio perla mi offre un posticino. Sento come il fumo entra nel mio torace e va a occupare tutto lo spazio, nocivamente. Una zanzara si crede molto furba e pensa che, attaccandomi da dietro, non mi accorgeró del suo vile affronto. Uno schiaffo la spappola sul mio polpaccio, nessuna goccia di sangue, ve lo avevo detto.

Ricomincio a lavorare, un altro chiodo, un altro ancora. Neanche una goccia di sudore, altro punto favorevole per la notte. Ho fatto sempre lavori strani, a volte anche illegali. Ma questo è veramente strano ora che ci penso. Seppellire questo cadavere, alle 3 di notte, in mezzo al bosco, è veramente sospetto. Ma una delle mie regole è : non fare domande. Eseguire e ricevere la paga. Una succulenta paga. Ultimo goccio di birra.

Ora manca solo infilare la bara nel buco e riempire di terra. Umida terra. Comincio la preghiera, anche se non credo in Dio è un piccola forma di rispetto verso quel cadavere dentro la cassa. Chiudo gli occhi e mi concentro, la luna è la mia unica spettatrice. Padre nostro che sei nei… sento un rumore, non so di preciso da dove proviene, ma lo sento. Apro gli occhi, tutto sotto controllo. Qualche ratto notturno in cerca di una tana. Padre nostro che sei nei cieli…questa volta mi fermo per colpa di un rumore piú forte, un rumore sordo.

Apro di nuovo gli occhi, mi guardo intorno. Sembra tutto in pace. Padre nostro…santo cielo, ora ne sono sicuro. Il rumore esiste purtroppo. Sbarro gli occhi e fisso l’oscuritá. Il rumore si ripete, sempre piú frequentemente. Non dal bosco, non dal cielo, non dalla mia testa…fisso la bara. Sento come le ginocchia cominciano a tremare. Immobilizzo il corpo e mantengo fisso lo sguardo sulla cassa. All’improvviso il rumore sordo si fa sempre piú forte e, Dio mi benedica, proviene dalla bara.

Il sudore, che è rimasto dentro di me durante tutta la notte, comincia a sgorgare da tutti i pori. Le ginocchia continuano a tremare e la mente rimane in bianco. Mosso da una forza estranea comincio a correre verso la bara, senza pensare. Mosso da una stupida forza impulsiva comincio a togliere i chiodi, a un ritmo frenetico. Mi tagliuzzo per bene le mani rimaste intatte fin’ora e…apro la cassa.

La busta color nero lucido si muove fievolmente e io, come se il tempo si fosse fermato, apro la busta a squarci leggeri. Capelli oro lucente, labbra rosse, pallida pelle. Trema. La prendo in braccio, la stringo e forte. “Non tremare, andrá tutto bene”. Ecco che, di colpo, la mia vita si gira, si contorce e ride di me. Mando a quel paese le regole. Mando a quel paese la vita. Rick e i suoi uomini non tarderanno a trovarci, non tarderanno a vendicarsi. Io, intanto, corro. Corro verso la montagna, la luna comincia a svanire e già sull’est albeggia. Il bianco avorio mi abbandona e l’atmosfera si tinge di rosso vermiglio. Corro veloce, come mai ho corso in vita mia. La stringo forte e la rassicuro.

Cose dietro il sole

Nicholas ama rimanere a casa, da solo. Adora stare nella sua stanza, suonare la chitarra e fumare uno spinello mentre sussurra parole . I suoi capelli lunghi gli coprono il viso e la sua giacca marrone gli viene grande. È seduto con le gambe incrociate sul suo letto, il posacenere davanti a lui e la chitarra sulle sue lunghe e flessibili gambe. La luce di una luna rosa entra dalla finestra e crea una atmosfera speciale come quando all’alba tutto sembra possibile. Si accende lo spinello d’erba e fa un tiro, profondo e lento.

Il fumo entra dritto nei suoi polmoni e poi sale su verso la testa. Prende la chitarra con la mano sinistra e comincia a suonare lentamente, le sue dita una dopo l’altra arpeggiano lo strumento di artigianale fattura con delicatezza senza, apparentemente, alcun senso né ritmo. Ma presto ci accorgiamo di essere gli unici e fortunati spettatori di uno spettacolo unico, perché questa non è semplice musica è qualcosa in più.

Ad un tratto smette di suonare, lo sguardo si fissa sulla finestra davanti a lui, la finestra che da sul giardino malconcio e dimenticato che ha sul retro della sua piccola casa. Guardando meglio anche noi vediamo che c’è un cane nel buio rosa, un cane che lo guarda immobile con i suoi occhi neri, come la notte che dovrebbe ma non è.

Come uno zombi si alza, appoggia la chitarra e lo spinello, si dirige verso il giardino. Passo dopo passo si ritrova davanti al suo stagno, il cane dagli occhi neri è sparito, si inginocchia verso il laghetto come per vedere se sia nascosto sotto la liquida coperta. Aguzza la vista e non vede altro che una luna rosa e lui dall’altra parte.

Quell’altro Nicholas gli porge la mano e senza esitare il nostro Nick si lascia trasportare. Prima il piede sinistro, poi quello destro, immerge tutto il corpo fino a che vediamo sparire anche la sua testa in fondo all’acqua. Come in quadro di Magritte il laghetto del giardino diventa una luna rosa e l’erba un cielo stellato. Ora stiamo guardando le stelle. Chiudete gli occhi per un attimo, al mio via apriteli. Via. Un tunnel di cristallo, senza fine, un tubo futuristico di specchi e vetro. Nicholas sta scivolando ad una velocità vertiginosa dentro al tubo di cristallo.

Come in un parco acquatico il nostro Nick sta cadendo velocemente verso una piscina che sembra non arrivare mai. Dal vetro del tubo, con gli occhi sbarrati, Nick guarda fuori e piange sconsolato. Si vede a lui stesso offrendo concerti senza paura, ricevendo premi, firmando contratti, facendo l’amore con la sua ragazza e qui, mentre sta scivolando, piange. Occhi gonfi di lacrime che guardano la vita sognata. Una vita senza paure, senza complessi, una vita viva.

Le lacrime versate non spariscono, sono troppe e velocemente diventano un fiume in piena che velocizza il viaggio. Vede la fine del tubo di cristallo vicina, una luce fioca come quella di un sabato mattina gli indica la strada. Il fiume di lacrime lo catapulta nel vuoto, un vuoto che vediamo pieno di nuvole bianche su uno sfondo azzurro. Si ferma l’immagine, qualcuno ha premuto il tasto PAUSE e l’immagine è rimasta congelata.

Alla sinistra dello schermo vediamo il tubo di cristallo e la cascata di lacrime scendere verso il basso, nel centro Nicholas e aggrovigliato su se stesso, la folta chioma gli copre il viso completamente e i vestiti sono congelati in un dinamismo che è stato fermato. Lo sfondo è bellissimo, non un bello soggettivo, un bello imperativo.

Nuvole bianche, cielo azzurro. Il quadro che stiamo guardando prende vita all’improvviso. Il cielo azzurro diventa prima grigio poi nero, un coro di voci tenebrose sembra cantare un requiem, tutto ad una velocità inaspettata, tasto FFW. Guardando il cielo colmo di nuvole gonfie ci eravamo dimenticati di Nicholas che ora lo vediamo precipitare nel vuoto come una moneta lasciata cadere dal più alto dei grattacieli.

E comincia a piovere. E ora è difficile distinguere le lacrime dalla pioggia. Come se volesse aiutarci la telecamera fa uno zoom velocissimo sul viso di Nicholas, dietro ai capelli non esiste più nessuna fazione. Niente occhi, né bocca, né naso. Sul viso solo qualche lacrima cristallizzata. Mentre il corpo cade lo sfondo comincia a cambiare, alberi altissimi. Verde e marrone, ora sono i padroni della scena.

Finalmente Nick atterra. Il dorso di un’ape gigante attutisce la caduta, materasso vellutato nero e giallo. Si mette in piedi con difficoltà, l’ape vola velocissima, i fiori bianchi dello sfondo sembrano acquarelli stesi sulla tela di Magritte.

Con difficoltà mantiene la posizione eretta, si aiuta aprendo le braccia che colpiscono un oggetto a lui familiare. La sua chitarra è lì con lui, la prende. Ora sembra non avere difficoltà per mantenersi in piedi e, con la chitarra tra le mani, il viso, pian piano, riacquista le fazioni. E comincia a suonare, a cantare, con forza, coraggio, sfrontatezza. Ipnotizzati dallo spettacolo rimaniamo TUTTI muti.

La Musica è l’unica cosa che conta. Note, accordi,ritmi e parole. Non ci accorgiamo subito ma ora siamo in un teatro, Nick è sul palco e continua a suonare con violenza, con forza. Una cascata di vitalità che ammutolisce il pubblico e gli sbarra gli occhi. Suona sempre più velocemente, un riff pazzesco, le note si sovrappongono creando una melodia indimenticabile, quel qualcosa in più che è sempre stato nella sua stanza diventa pubblico, finalmente. L’ultima accelerazione e poi STOP, si ferma. Lo vediamo respirare affannosamente, il sudore copre il suo viso, i capelli appiccicati alla pelle. Si sfila la chitarra e lentamente, guardando al suolo, la posa.

Il rumore della chitarra al contatto con le travi di legno del palco si sente in tutto il teatro. CLOC. Allora il pubblico esplode. Uno scroscio di applausi e urla esultanti. Lui è il re! Lui è il migliore! Loro lo sanno e lui ne è consapevole.

Alza la testa, apre le braccia e accoglie il clamore con un sorriso stampato sul viso. I suoi occhi brillano dall’emozione e le sue gambe tremano. GRAZIE dicono loro, GRAZIE pensa lui. Pian piano le luci del teatro affievoliscono mente gli applausi continuano forti. Dall’alto verso il basso le luci si spengono ordinatamente. Ora alla sinistra dello schermo vediamo l’esile figura di Nicholas illuminato sul palco, il resto è buio.

Si spengono le luci qui sul palco e l’oscurità di un profondo mare accoglie gli applausi e le urla che gradualmente spariscono. Ian ritrovò il corpo del suo amico una fredda mattina di novembre.

Nick steso sul letto, vestito come d’abitudine, sorreggeva la chitarra con forza e regalava all’amico il primo ed indimenticabile sorriso della sua breve vita. In fondo al mare, nell’oscurità, anche noi ci addormentiamo.

Il nobile

Si gonfia la vela e il mare urla. Bestemmie dal profumo di rum, il capitano si è svegliato. Lo sguardo fisso sulla foschia; le sue grida a squarciagola svegliano persino le onde. Una nuova tempesta per cominciare il giorno. Il suo nome è Dean Moriarty, un tempo conosciuto come il Nobile, oggi non è neanche l’ombra di ciò che era. Una volta era il pirata più temuto, conosciuto e rispettato dei sette mari, una vera leggenda. Ora è un ubriacone che ogni mattina impreca Dio, fa innervosire il mare e scatena tempeste quotidiane. Dean “Cuore di Rum” Moriarty, come è chiamato oggi giorno, è in piedi sulla poppa della King Kerouac, la famosa “doppiaK”, sulla mano destra tiene ben salda la sua bottiglia di rum, la mano sinistra è come sempre coperta.

Una cicatrice lunga il dorso della mano non gli fa dimenticare l’orrore passato e ,per questo, il capitano non fa altro che coprirsela, oggi una fasciatura, domani un guanto e dopodomani le tasche. Segno indelebile del corso della vita, promemoria doloroso di un cambio inatteso e traumatico. La sua siluetta non è più possente e arrogante come un tempo, il suo cappotto e i suoi stivali non splendono più al chiaro di luna e ora, in mezzo a una fitta nebbia, si scatena come un condannato, sputando alcol e gridando contro Dio e chissà chi altro.

Ogni mattina uguale, fino a che le corde vocali non si stancano e rimane senza voce, allora continua per inerzia per almeno altri 10 minuti, dimenandosi, muovendo braccia e gambe come un ragno sulla tela, scagliando parole mute all’oceano.

Ha vissuto più di chiunque altro, ha affrontato migliaia di avventure, battaglie e rivoluzioni per il solo gusto all’azione e all’adrenalina. Ha combattuto al fianco dei Luterani, spalla a spalla con il capitano Gert “Dal Pozzo”; ha assaporato il gustoso sapore della libertà viaggiando durante mesi insieme al comandante Corto Maltese; ha visto cadere re, tiranni e dittatori; si è divertito tutta la vita, ma a volte la vita non ti ama come la ami tu e l’amore non viene più corrisposto.

Uno scherzo del destino, il fato gira come il vento e si torce contro di te, senza nessuna pietà, senza nessun rimorso. E ti ritrovi su una nave a capo di una ciurma di lunatici energumeni e allora urli, urli e poi, urli ancora. Succede spesso che nel mezzo della notte si svegli ancora, pozzanghera di sudore e gocce di rum, gridando il suo nome: “Isabelle!!”; con gli occhi sbarrati, dipinti di bianco e una smorfia di dolore che copre il volto.

Gli incubi sono solo i ricordi che di giorno puó dimenticare con il rum e che di notte, mentre dorme, gli bussano alla porta del cervello e senza chiedere permesso entrano con grande frastuono. In forma di flash, le immagini di quella sera si ripropongono nella sua memoria. La sua mano aggrappandosi a quella di Dean con una forza innaturale, mettendocela tutta per non scivolare, per non volare ed atterrare sulla pietra lisciata dal mare. I suoi occhi, soprattutto i suoi occhi. Quelli se li ricorda; non urlava, non proferiva parole.

Ammutolita i suoi occhi erano la sua bocca, le sue pupille la gola aperta chiedendo aiuto. E poi, la sua mano scivolare via, con le unghie aggrapparsi al Nobile per lasciare il marchio del ricordo sulla sua mano prima di dire definitivamente addio.

Il volo non duró nulla, ma per Dean il tempo si fermó quella sera. Cominció la sua condanna, una condanna ingiusta senza fine. La nave va, la ciurma si ubriaca e il capitano urla. È di nuovo notte, la luna è rosa e si rispecchia nel mare. La barba del Nobile è inzuppata di alcol, sale e sole.

L’ultima domenica del diavolo sporco

Novembre 2008, gli Inferi. La cenere sul viso. Le unghie arrugginite. La pelle abbrustolita risalta le rughe di una eterna esistenza. Seduto sulla sua scrivania si prepara a scrivere le sue ultime parole, non ce la fa più a vivere in questo inferno. Vuole dire la sua prima di compiere il suo ultimo peccato, il secondo della lista, il primo gli era costato veramente caro. La mano sinistra scrive senza smettere, vomita parole sul papiro freddo. Intanto suda, intanto piange. Il sudore della sua pelle si unisce alle lacrime dei suoi occhi; l’agrodolce tristezza di un povero Diavolo. Allora le gocce di questo infernale miscuglio cadono proprio sulle fredde parole e non riesce a smettere.

Non riesce a smettere né di scrivere, né di piangere e sudare. Un circolo vizioso che dura da mesi lí, a 1000 metri sotto terra:  scrivere, piangere e non riuscire a terminare la sua ultima lettera. E allora le parole diventano pensieri, i pensieri diventano lacrime e sudore, la sua eterna vita, che fra poche ore sarà soltanto cenere al vento, svanisce nella voglia di rimanere. Lo Sporco continua, mentre scrive urla le parole, mentre urla le sue lacrime aumentano e il suo sudore sgorga da tutti gli angoli di quel corpo tradito e traditore. Si scioglie in una smorfia di dolore, rabbia, impotenza e tristezza.

E scrive, scrive, scrive. Ma tutto svanisce, parole invisibili dal sapore agrodolce, fiamme rosse che interpretano il canto del cigno, un requiem per un sogno, una vita eterna al servizio della morte. Povero Diavolo sporco. Le anime continuano a scontare le loro colpe mentre il loro Padrone, ancora seduto alla sua scrivania, chiude gli occhi, li chiude con forza. Le mani sulle corna stringono forte e i denti sbattono tra di loro.

Tutto comincia a tremare, la lettera non è finita, nessuno la leggerá. I segreti di Lucifero rimarranno tali, per sempre. Cosa pensava della sua antica casa? Cosa pensava del suo antico Padrone? Era pentito o fiero? Era sporco dentro tanto come fuori? Voleva vedere il mare e sentire il sale?

La neve tra le mani e la sabbia tra i denti? Ascoltare Tchaikovsky e Morrison? La veritá rimane lí, sotto terra, tra fiamme, fango e cenere. Sporca veritá. Tutto trema, sempre piú forte; le anime, di tutti i gironi, smettono di lavorare e soffrire e si fermano per un solo istante che pare infinito. Di colpo il Signore delle Mosche sbarra gli occhi, un bianco celeste fuoriesce dalle sue pupille e luce fu. Bianco, giallo, azzurro. S’illumina la stanza.

La cenere comincia a volteggiare. La luce celestiale si diffonde per tutto l’Inferno e poi, svanisce come per incanto. Addio Diavolo scarlatta, addio demonio dalla pelle lercia. L’anarchia di un regno ha inizio in questa fredda domenica di Novembre. L’ultima domenica di un Diavolo sporco.

Cocaine blues

Ascoltava “Cocaine Blues”. La ascoltava praticamente ogni mattina prima di uscire di casa. “Cocaine Blues” sí sí, quella canzone di Johnny Cash. Non capiva un cazzo di inglese, di conseguenza non capiva un cazzo di quella canzone. Lo rendeva felice, quella linea di basso, il riff della chitarra e la voce di John “Man in Black” Cash. Lui, in macchina, mentre andava a lavorare, la metteva a tutto volume e sorrideva; entrava a lavorare contento, a dirla tutta, non vedeva l’ora di andare a lavorare per potersi godere quei 3 minuti di felicitá nella sua auto. Cocaine Blues. L’erba del suo giardino era molto piú verde di quella del vicino; aveva una moglie da copertina, bellissima con due occhi marroni che facevano impazzire, gambe lunghe e un seno da incorniciare; due bimbe che erano l’invidia del quartiere.

Aveva tutto quel bastardo e ascoltava “Cocaine Blues”, senza capire un cazzo di quella canzone. Lui pensava di vivere in America, con il suo banjo, la 44 sotto il cuscino e i fiocchi d’avena per colazione. Ma era italiano e non capiva l’inglese. Questo mi faceva imbestialire. Voleva fare l’americano, con la sua famiglia perfetta, il suo buon lavoro, la sua bella macchina d’epoca e Johnny Cash nelle sue orecchie. Ma chi si credeva di essere?

Nella sua scrivania: una foto di quella dea di sua moglie, con le sue piccole figliole sorridenti. Il suo vestito puzzava di nuovo e di felice. Ogni santo giorno, cosí. Io nella scrivania di fianco, lavoravo come un matto, ma avevo una 500, una camicia gialla che un tempo era bianca e a casa mi aspettava un criceto, una scatola di tonno e un televisore in bianco e nero. Ma io capivo l’inglese! Io capivo cosa diceva Johnny Cash quando cantava “Cocaine Blues”.

Io sapevo molte piú cose di lui, ma ne possedevo neanche la metá! Vi starete chiedendo perché sto parlando in passato, credo sia ovvio. L’introduzione ha una sola ed unica possibile fine, non credete? Quella mattina di luglio feci ció che state pensando e, se volete che vi dica la verità, non me ne pento. Mi sento orgoglioso di ció che ho fatto. Io valgo molto e dalla vita non ho ricevuto proprio un bel cazzo di niente. Da piccolo Johnny Cash suonava anche a casa mia, mentre mio padre, ubriaco, bastonava mia madre e il cane abbaiava forte senza il coraggio di reagire adeguatamente.

Johnny Cash suonava anche quando mio padre, ubriaco, prendeva a calci il cane che prima abbaiava forte e poi piangeva piano. Quando mia moglie, dopo aver scopato con il farmacista nel nostro letto, mi sorrise e mi mostró il dito medio, la canzone continuava a suonare. Il sangue del mio naso sulle mie mani me lo ricordo ancora. Il sangue del mio cane sul pavimento me lo ricordo ancora.  Quel sorriso demoniaco e quella merda di dito me li ricordo ancora.

Quel cazzo di Johnny Cash doveva esserci sempre, unirsi ad una festa alla quale nessuno lo aveva invitato. Anche il protagonista di questa storia lo ascoltava a tutto volume, lo ascoltava anche quella mattina di luglio.

“Early one mornin’ while makin’ the rounds I took a shot of cocaine and I shot my woman down I went right home and I went to bed I stuck that lovin’ 44 beneath my head”. Imbestialito e impazientito mi sentivo in dovere di fare qualcosa. Sapevo benissimo che non avrei cambiato il mondo, sapevo benissimo che sarei rimasto un granello di sabbia in quella spiaggia che chiamano umanità. Entrai in ufficio e, come dice la canzone, sparai al protagonista della storia.

Gli sparai dritto in testa mentre mi fissava esterrefatto; gli sparai dritto nel cuore quando, nel pavimento, coi pantaloni bagnati, non era nient’altro che un mucchio di sangue, cervella e ossa massacrate. Scaricai l’intera carica della rivoltella su quel cumulo di rosso, nero e bianco che prima era un uomo felice. La mia faccia allo specchio, macchiata di sangue, sorride ancora.

Lui ascoltava la canzone ma non la capiva. Io sí. Il sangue sulle pareti me lo ricordo ancora. Il sangue sulle mani me lo ricordo ancora. E sapete cosa vi dico? Non me ne frega un cazzo. Ho fatto quello che dovevo fare. Giustizia. Sangue e lacrime. Occhio per occhio. Mondo, esisto anche io. Qui in prigione Johnny Cash non si sente. Finalmente è andato a fare un giro da qualche altra parte. Peró ogni tanto, anche a me, viene da fischiettare la canzone. Cocaine Blues.

Mezz’ora prima dell’alba

Nero. Buio pesto. I fari illuminano: due metri di strada asfaltata con le sue rispettive linee tratteggiate, i guard-rail e una fila di alberi a destra (color verde scuro) e una fila di alberi a sinistra (più bassi e più scuri). L’auto sfreccia a tutta velocità ed io qui seduto mi godo lo spettacolo. Mi piace viaggiare da copilota, posso dormire, guardare dal finestrino, cambiare la musica e mettere i piedi sul cruscotto. Adoro le linee discontinue, è come guardare uno spettacolo che sembra non avere fine; le vedi nascere e morire infinite volte, seguendo una direzione che cambia spesso, di qua e di là. Sai di certo che da qualche parte portano ma, dove?

Stanotte non lo so. Il mio amico qui di fianco guida che sembra un diavolo, a tutta birra tra sbadiglio e sbadiglio non sembra avere intenzione di fermarsi. Alla radio danno i Radio Moscow, la canzone credo sia “No Good Woman”. Con il braccio sul finestrino aperto faccio sbattere le dita sulla fiancata al ritmo di un blues che sembra d’altri tempi. Mi tiro su il cappuccio, mi piace tirare su il cappuccio. Mi da un’aria misteriosa. Indosso una felpa tipo Rocky-Balboa, color grigio classico senza, però, la macchia di sudore sul petto.

Il mio amico Bob, quello che guida, ha 46 anni e la leggenda dice che è da ben 26 anni che non dorme. Io è da tempo che ci vado in giro, su e giù per il paese, e a dirla tutta non l’ho mai visto neanche socchiudere un occhio. Mentre la gente normale dorme lui se ne va in giro, dice che gli piace la luce della luna, il rumore del buio e le strade addormentate. Bob, qui di fianco, secondo me, non ha tutte le rotelle al posto suo. La cosa che mi sorprende di più è che    neanche da ubriaco (che non sono esattamente poche volte) si butta giù e dorme.

Io intanto mi rigiro su di me e appoggio la testa al finestrino che ho alzato e appoggio i piedi sul cruscotto; sará meglio che uno dei due dorma. “Lavorare di notte non ha senso secondo me, dai, su, per piacere. La notte è fatta per dormire, riposare, che poi tanto di giorno è impossibile dormire, è impossibile riposare. Quel bastardo di Ed, è già la seconda volta che gli cambio il turno. Ha la fidanzata da poco quel deficiente.

Almeno mi consola che manca poco all’alba; Rosie mi avrá preparato una bella torta e qualcosa da bere e poi, a letto (anche se non riuscirò dormire), sacro letto. Guarda quel coglione che ha i fari posteriori rotti…dovrei fermarlo”.

Mi sveglio mentre la macchina rallenta. –Bob, dove siamo? Cazzo ti fermi?- L’indice destro di Bob indica con parsimonia lo specchietto retrovisore mentre quello sinistro se lo porta alla bocca in un inequivocabile segno di “Hal, zitto e guarda”. Oh merda, un poliziotto. Dallo specchietto, pietrificati, vediamo la volante accostare  dietro di noi. Il pulotto scende dall’auto, si mette a posto il cappello e si sistema la cintura dei pantaloni (se avessi gli occhiali da sole farebbe lo stesso). Bob abbassa diligentemente il finestrino e aspetta l’agente uniformato.

-Buona sera signori, patente e libretto, grazie.- Appena finisce la frase, senza un motivo, gira la sua testa di cazzo verso destra e guarda. Osservandolo bene direi che il massetere si rilassa di colpo facendo spalancargli la bocca a piú non posso; per di piú il buccinatore sparisce, rendendo l’immagine della sua bocca un tanto grottesca (aperta in forma di “O”, ma una “O” grandissima). Che poi li avevo sistemati tanto benino quei quattro corpi lí dietro; incellofanati alla perfezione, con la cortese chiusura di bocca e occhi; ok, qualche macchia di sangue qua e là, ma, voglio dire, a un poliziotto, proprio a lui, non dovrebbero impressionare più di tanto, o mi sbaglio? Gira la testa di scatto e dal movimento ondulatorio dei suoi muscoli cervico-brachiali scommetto che le gambe stavano tremando a una velocità d’infarto.

Ci fissa e porta la mano verso la pistola, evidentemente non fa in tempo neanche a portarla all’altezza della dodicesima costola, prima che io mi tolga il cappuccio prenda la mia pistola automatica e cominci a sparare all’impazzata. Due pallottole gli spappolano la faccia (una dritta in fronte e l’altra buca la guancia), un’altra attacca la gola. Cade a terra tra magiche convulsioni e lacrime di sangue. Bob, si gira verso di me, con la faccia perlata di sangue, con un’espressione tra il divertimento e la paura, una specie di “ok, sei pazzo, finiamo questo lavoro e non rivediamoci mai più”. Carichiamo il corpo in macchina, steso sopra il poker di cadaveri previamente sistemati, e partiamo.

È quasi l’alba. Arriviamo al lago con l’intenzione di scendere dall’auto, togliere il freno a mano e far cadere lentamente nell’oblio acquoso l’auto  e i suoi silenziosi ma numerosi passeggeri. Al chiaro di una luna calante, però, mi viene da fare un’opera di bene. Un favore ad un compagno. È così che scendo per primo dalla vettura, indosso il cappuccio (la felpa ora ha anche quel poco di sudore che la rende Rocky-Balboa-100%) e urlo: “Bob, è ora di andare a nanna!!”.Quella mattina gli animali del bosco erano stanchi, avevano delle occhiaie pazzesche. Qualche simpatico burlone gli aveva svegliati, con 3 colpi di semiautomatica Sig-Sauer, mezz’ora prima dell’alba.

Porcelain

L’immagine era nitida. I colori accesi e le linee ben definite. Non era come in un sogno dove tutto sembra sfatto, quasi sciolto da un calore nascosto; era tutto ben delineato. Il copriletto era verde, la stanza piccola e accogliente, la luce fioca. Lei,completamente nuda, era stesa prona sul letto. I suoi piedi si muovevano, danzavano, disegnavano una semicirconferenza dal colore bruno; le dita dei suoi piedi, cosí piccole e cosí perfettamente proporzionate, si flettevano e si stiravano dolcemente, senza fretta, al ritmo di una colazione di mezza estate.

Io, ovviamente, non sapevo cosa fare. Ero appena entrato in casa, come ogni sera, dopo una giornata di lavoro come tutte le altre; avevo lasciato montgomery e guanti sulla sedia dell’entrata, acceso la luce e sciolto il nodo della cravatta. E lei, lei sorrideva. Immobile, sulla soglia della porta, con la giacca sbottonata e un formicolio sul ventre; l’immagine era nitida e la mia mente volava via, verso Hossegor e l’oceano Atlantico. Un surfista dalla lunga chioma sfidava le onde, la sabbia non si staccava dal mio polpaccio e lei mi baciava la guancia, ridendo, correva verso la riva, si bagnava i piedi e ritornava correndo verso di me e, ridendo, mi baciava. Mi spostava i capelli e mi accarezzava la schiena, io, intanto, lottavo contro la sabbia.

Stesa sul letto mi guardava sorridendo. Un sorriso profondo dallo sguardo malizioso. I capelli sciolti color sole all’imbrunire cadevano soffici sulla schiena; la spalla, perfetta sfera di carne e ossa, faceva da scoglio alla cascata di capelli seducenti e violentemente forti.L’immagine era nitida ma nella mia testa Shaun Ryder, strafatto di acido e crack, stava cantando 24 hour party people senza fermarsi, ballava scatenato dentro il mio cranio, regalandomi colpi gratuiti alle pareti del temporale, facendomi sbocciare un sorriso sul mio, fino a quel momento, allibito viso.

Rivedo Girona e le sue stradine ripide; le mura del suo quartiere ebraico fungono da sfondo per il nostro teatrale bacio sotto la pioggia di settembre mentre la gente ci guarda, applaude e ci getta rose rosse. Se ci fosse stata una colonna sonora, sarebbe stato perfetto ascoltare Anthony Kiedis cantando Porcelain.

Sono ancora immobile e rosso in faccia quando lei, con il mento appoggiato sulla mano destra, mi fa un cenno e, senza proferire parola, mi dice: vieni qui con me. Mi giro un attimo verso la mia sinistra, nello specchio vedo me sotto la neve di Londra. I guanti non bastano e le mani muoiono al freddo gelido dell’Albione. Marcus Mumford siede su uno sgabello di fianco a me cantando con voce rauca mentre lei si avvicina correndo, coperta da innumerevoli strati di stoffa, tessuti e lane, con una sfera di neve sulla mano.

L’immagine si congela (come ad imitare le mie mani) sulla sua sagoma fatta di sciarpe, guanti, stivali e finte pelli animali. La palla di neve, tra me e lei nella posizione di lanciatrice di giavellotto, è pronta a farmi arrossire il naso e le guancie. Il bacio che segue diventa ineffabile. Mi stacco dallo specchio e mi avvicino al letto; l’immagine era nitida, reale e semplicemente incredibile.

Sembrava passata un’eternitá da quella giornata uggiosa a Barcellona, quando le lacrime si unirono al violento vento per darmi uno schiaffo in faccia e gridarmi addio. Non sono passate neanche 72 ore e rieccola qua, non piú spigolosa e scura come nella Plaça del Pi, ma soffice e luminosa, sensuale e fatale. Nella mia mente, pian piano, l’immagine di lei correre via in preda alla rabbia e al dolore, avvolta da foglie danzatrici e l’ululare del vento, svaniva inesorabile per lasciare lo spazio unicamente al suo sorriso.

L’immagine era nitida. Niente sogno, tutta realtá. Trovai spazio nel letto, le accarezzai i capelli e li raccolsi dietro l’orecchio; passeggiai la mia mano per la sua schiena scrivendo qualche strano sonetto e infine, come la rugiada alle rose, mi posai su di lei per diventare finalmente uno. I colori esplosero e le linee si definirono in una grande ed eterna serata d’inverno.

Stasera mi butto

Remigio ama nuotare. Ogni mattina la sveglia suona alle 6.30. Una rilassante canzoncina scaricata da internet e inserita nel suo cellulare lo sveglia rilassatamente. Carmen, la moglie perfetta, dorme ancora almeno due ore e mentre, alle 6.35 del mattino, riceve il primo degli innumerevoli baci della giornata. Questo, sulla guancia destra, le fa abbozzare un fugace e dolce sorriso. Remigio si toglie il pigiama, si lava la faccia e indossa un costume e una maglietta. Beve una bicchiere di spremuta d’arancio, prende il suo asciugamano a striscie verde e gialle ed esce di casa.Remigio abita a Barcellona; il suo quartiere: la Barceloneta.

Il mare, possente pozzanghera d’acqua sporca, un tempo era il padrone del mondo. È stato stuprato e avvelenato, è stato maltrattato e usato mentre lui, a testa alta, è sempre rimasto in piedi. Ispirazione di grandi poeti, via di fuga per tanti umani, complice di azione epiche ed eroiche, testimone di ció che chiamiamo vita, chioccia di uova che saranno pesci, non ha mai perso l’orgoglio. E ci ritroviamo, cosí, ad amarlo senza rispettarlo.

L’umanitá, brutta cosa questa.La sabbia sulle caviglie si scioglie al contatto con l’acqua marina e sparisce in un batter d’occhio. Il ginocchio, timido, si butta anche lui nel Mediterraneo e, con lui, si porta dietro tutto il resto del corpo. La temperatura gelida dell’acqua accappona la pelle sul ventre e rizza i piccoli peli cervicali. Remigio é felice. Remigio, sott’acqua, sorride con i capelli verso nord in rivolta contro la gravitá.

Sono le 7.00 am, è una giornata uggiosa nella capitale catalana; non ditelo a nessuno ma, questa, è davvero l’ultima giornata dell’umanitá. Jordi, con il bulldog francese, indossa occhiali scuri e nella testa un castano tupé. Passeggia per Montjuic con fare da divo, l’iPod alle orecchie e la camicia a scacchi. Eto’o, il giovane cane di razza, annusa di quá e di lá e, ogni tanto, lancia starnuti all’aria. Le piscine “Bernat Picornell”, olimpicamente famose nel 1992, sono chiuse. Jordi le intravede dalla cancellata, si abbassa gli occhiali fino in fondo al naso, e si sofferma davanti. Eto’o, intanto, russa da sveglio.

I seni di Matilde sono enormi. Grandi e belli. Il corpicino esile fatica a sostenerli. I tacchi a spillo aumentano la difficoltá della prova e le borse della spesa (due in ogni mano) rendono il tutto per soli professionisti. Matilde è mora; catalana da 24 anni e tremendamente bella. All’ombra della montagna magica di Montjuic, nel Poble Sec, é arcifamosa per la sua esuberante bellezza e per la sua elegante forma di mostrarsi al pubblico. É un vero spettacolo, mente cammina i fianchi ondeggiano come il mare della Mar Bella, le spalle si muovono in un’ellisse made in Gaudí e i suoi polpacci, ah! I suoi  polpacci, sono opera di Dio, lo dico io.

Alle 9.30 am ha giá fatto la spesa per la giornata e non le resta che andare verso il lavoro; allo MNAC (il museo che padroneggia su Montjuic) fa da guida per i turisti. L’asciugamano verdegiallo passa velocemente tra i capelli asciugandoli a mala pena. La sabbia ha occupato i piedi e i polpacci e, in fretta e furia, la mano, imitando timidi schiaffi, la leva non con poca difficoltá. Remigio prende il motorino, una Honda Scoopy rossa reduce degli ultimi anni ottanta, lo accende dopo due o tre calci e parte con il casco slacciato e qualche impavido granello di sabbia conquistando il dorso dei piedi.

Sono le 10.15 am e il sole a mezz’asta illumina la cittá. Dalle piscine olimpioniche si vede tutta Barcellona; sembra oggi che gli atleti del ’92, buttandosi dal trampolino, si tuffassero a capofitto sulla cittá modernista. Sullo sfondo la Sagrada Familia come principale testimone e spettatore si prepara allo spettacolo. É mercoledí e la pulizia mensuale ha svuotato la piscina per ripulirla a fondo; le 10.25 am, la cittá emana il profumo della fine.

La bocca si spalanca e gli occhi si aprono fino a quasi fuori dalle orbita, Jordi rimane esterefatto. Mentre guardava la piscina non si era reso conto che qualcuno stava salendo le scale del trampolino olimpionico, ed ora, quel qualcuno, sta nella cima del mondo, a un passo dall’abisso e in costume. Sembra pronto a qualcosa di  terrificante. Jordi, in preda al panico, lascia Eto’o ed, urlando, comincia ad arrampicarsi sul cancello; l’iPod gli cade a terra e la camicia fuoriesce maleducatamente dai pantaloni.

Guardando dall’alto i suoi piedi, Remigio, non sa cosa pensare. L’unghia dell’alluce sinistro é terribilmente piú lunga di quella destra; purtroppo non é il momento adeguato per una pedicure e, cosí, guarda un pó piú in lá. A 25 m vede il pavimento azzurro chiaro della piscina, gira la testa a destra e saluta la Sagrada Familia, Barcellona e sua moglie Carmen.

Un salto. Un tuffo. Cosí sia.

Matilde vede un cane. Eto’o gironzola con il guinzaglio a spenzoloni tra i cespugli del montagna magica. Matilde sorride perché a Matilde piacciono i cani. Eto’o non smette di russare da sveglio e, ignaro di tutto, non si ricorda chi é il suo padrone; ma lo cerca. Matilde prende il cane dal guinzaglio, si avvicina alla bestiolina e gli accarezza la testa. Eto’o, finalmente, rivede il suo padrone, un pó cambiato sí, ma è sicuro al 100% che sia lui. Eto’o non si sbaglia mai. L’iPod di Jordi suona ancora sul pavimento asfaltato. Dalle cuffie, le note di Abel Korzeniowski, non smettono di uscire.

Sono le 11.04 am e Barcellona splende di primavera, puzza di fine e chiude gli occhi. Rabbiosa in faccia e tremante, lascia partire il suo ultimo sospiro. Attonito, Jordi, osserva il corpo spappolato arrossire l’azzurro delle piastrelle. Chiude i pugni con forza e saluta l’innocenza che corre via come Bolt. É l’ultimo giorno dell’umanitá e Barcellona sbuffa annoiata.

Noi siamo l’amore

Seduto sul divano di pelle marrone, dove qualcuno, instancambilmente, aveva scarabocchiato nomi e disegni con un pennarello nero fino a farlo diventare pressocché maculato, Sole, roteava la sua testa con un sorriso stampato sul viso e gli occhi chiusi. McChor, alla sua sinistra, lo guardava con la bocca aperta in un sorriso jokeriano appollaiando il suo avambraccio destro sulla parte superiore del divano giá descritto. Sole accelleró la rotazione e si fermó di colpo, aprí gli occhi e urló: “devi provarlo, tio!!”; McChor annuí ridendo ed entrambi cominciarono a far roteare le loro teste, mentre ridevano e lanciavano grida di divertimento ed elettrica euforia.

Il flash della fotocamera di Sean illuminó per un secondo l’immagine dei due scrittori sul divano, immortalando in un bianco fulmineo le due faccie estremamente sorridenti. Si avvicinó,  sedendosi su una vecchia sedia abbandonata poco prima da Belle, esterefatta ed annoiata dai giochi poco piú che puerili di Sole e McChor, chiedendo senza timore: “ma che cazzo fate?!”. Intanto, all’angolo della stanza vicino alla finestra, Foggy e Mimì due hippy capelloni e abbronzati di sporco componevano corte canzoni. Mentre Mimì accordava lo strumento Foggy pensava a qualche testo, imbarazzante o no, che potesse fargli ridere.

Con i suoi riccioli dondolandogli sulla testa e le gambe incrociate a modo yoga, ripeteva soffice e delicatamente: “sono l’omino di ferro e mi dispiace, caro amico, io ti serro”. Sean, stanco del gioco, si alzò e si diresse verso il balcone. Proprio lì, seduto al tavolo di marmo, l’Infinito eseguiva una delle sue recite di poesie. Attorno a lui quattro ragazze pendevano dalle sue labbra, ammaliate dalle storie che era solito raccontare sul Leopardi. L’Infinito era un poeta, un ubriaco e un instancabile sognatore e conquistatore.

La sua barba folta copriva il viso lasciando intravedere, attraverso gli occhiali, due occhi azzurri lucidi e vivi, quasi indipendenti, in disaccordo con il resto del corpo che, veramente poche volte, dava cenni di attività.

Ricordi

Dimenticarti, quante, quante

volte? Impossibile.

E’ per me dolor troppo forte

Allor forse è meglio ricordare

E dedicarti un posto nel mio cuore

Per te, mio dolce amore…

Ogni tanto lasciava partire qualche parola urlando al vento, evitando di guardare nessuno dritto agli occhi e in un eterno stato di mistica assenza. Nonostante questo, l’Infinito, non mancava mai all’appuntamento con l’amore. Prese la sua birra in mano e, alzandosi solennemente dalla sedia, disse: “Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni” per continuare il suo rito con il tipico autogetto di birra, aprendo le mani e alzando la testa al cielo come un Arapaho sotto la pioggia.

Prese per mano due bionde dell’eastside, entrò nell’appartamento e, prima di salire le scale verso la camera da letto, si fermò di colpo a guardare una delle tante strane scene della serata. Enea, quel biondo hipster ex-atleta e fumatore di marihuana senza stop, rideva senza sosta, deformando il viso e piangendo di gioia. Davanti a lui, la Rocca, un abbronzato delinquente di origine italiana, mezzo nudo gli stava dicendo: “praticamente questo venone che arrotola il mio pennuto, di origine sconosciuta e vita relativamente corta, si gonfia, a volte.

A volte no, anche perché, boh, secondo me, non esiste niente di buono in una gonfiatura, al massimo, cazzo ne so, una infezione? Una cazzo di infiammazione? Non credo Enea, non credo proprio.” Non riuscendo a trattenersi più, Enea, cominciò a correre verso la porta, scese le scale di corsa e, fuori, in mezzo alla strada cominciò a saltare a gambe unite e a lanciare grida di gioia e rumorose risate. Sotto una pioggia fitta e neonata, saltellando come un macaco, non notava la pioggia. Non sentiva neanche una goccia sulla sua pelle ruvida.

Con il sorriso stampato sul viso e i capelli biondi appiccicati alla fronte aprì la bocca per dire al quartiere intero: “sììììì!!!!”. Dalla finestra lo guardava muoversi in ampie convulsioni mentre Sean, appena sceso in strada, stava già immortalando la scena con la sua fotocamera. Senza sorprendersi più di tanto, prese una birra dal frigo e si girò verso il tavolo della cucina. “Hey, Ferro, vieni con noi, e dai, non fare il timido” Alexander Herbert Frisco, detto anche “Ferro”, le guardò con sguardo malizioso e lasciò andare un hip-hip-hurrà prima di sedersi al fianco di Belle.

Al tavolo le tre ragazze del gruppo stavano bevendo birra e fumando sigarette; sparlavano degli uomini, del sesso e delle loro vite da artiste neofite. Belle, Kathryn e Anita diedero il benvenuto a Ferro che, come buon oriundo italo argentino , non lasciò scappare l’occasione. Ai cinque minuti stava baciando Kathryn, ai quindici minuti toccava con il piede la gamba di Anita e ai 22 minuti e 32 secondi stava toccando prima la schiena e poi il culo della prorompente Belle. McChor che durante tutta la serata non si era mosso dal divano neo-maculato, osservando da vicino la scena in cucina, guardò fisso Sole con la bocca in una smorfia di felicità. Lo prese dalle spalle, lo scosse in varie direzioni e alla fine lo abbracciò forte.

Si alzò in piedi senza non gettare a terra 3 o 4 bottiglie di birra bionda e si mise in piedi sul tavolino. Come uno sciamano cominciò a battere le mani e, dirigendosi al folto gruppo di persone presenti, disse forte e sicuro: “Non c’è niente da dire, NOI, noi siamo l’AMORE!!!”

Ornitologicamente parlando

Domenica sera, aria fresca con brezza marina;  lo sparviere, in cerca di una bella femmina, volava violentemente in una vertiginosa successione di ripide discese e brusche risalite. Sotto di lui l’autostrada A-7 pullulava di auto per il rientro in città. Le penne del volatile si muovevano così rapidamente quasi a sembrare ferme, gli occhi erano socchiusi e concentrati sulle afferenze esterne che, per ora, non sembravano portare cattive novelle. Il rumore secco del vento tagliato dal suo elegante becco adunco lo rilassava abbondantemente, in un certo modo sembrava godersi il tragitto. Consapevole di essere uno dei più agili tra i rapaci manovrava per il cielo con costanti cambi di direzione. Sotto di lui l’autostrada era un canale di lava che lentamente scorreva verso la foce a delta dei caselli autostradali.

Qualche spigliato clacson suonava con rabbia mentre la maggior parte delle vetture sembrava belare inseguite da un fantomatico pastore. Più in alto il vento continuava a sussurrare segreti al vivace rapace che, con l’unica paura di vedere apparire un astore, continuava il suo acrobatico volo in cerca di femmine. Qualche metro più sotto, Pep ha appena cominciato il suo turno nel casello. Gli aspettano 8 ore in quella stanzina che puzza di asfalto (all’inizio), di sudore (dopo un pò) e di voglia di scappare (alla fine).

La sua routine è semplice: sedere, accendere la radio, sbottonarsi il primo bottone della sua camicia azzurro word 2007 e non guardare mai l’orologio. Quest’ultima cosa è forse la più ardua, le macchine con quei numeroni in rosso digitale sembrano schiaffeggiarlo ogni volta, ricordandogli che solo il finesettimana passa in un batter d’occhio. Soprattutto quei week-end all’insegna di calcio, birra e Julia.

Una fiat panda verde mela (politicamente corretto) è la prima che si ferma al casello numero 5. Sette euro e 47 centesimi. Dentro la macchina intravede un ragazzo con un esile baffetto alla guida, un altro come copilota che sembra dargli fastidio con qualche coppino qua e là e, dietro, uno addormentato con la bocca aperta e la barba di 53 ore (approssimativamente) e quello che sembra essere l’intellettuale del gruppo, con uno sguardo fisso fuori dal finestrino quasi a cercare il motivo dell’esistenza.

E così comincia a pensare a tutto ciò che odia, non ciò che, magari, non gli piace o lo disturba, direttamente ciò che odia nel profondo del cuore. Pensa alle discoteche. Odia quelle grandi, con la gente fuori (ancora peggio sotto la pioggia) a fare la fila per pagare, entrare e cercare qualche relazione sessuale all’insegna di eiaculazioni precoci e orgasmi mai raggiunti.

Odia profondamente quei coglioni che dicono “la verità sopra ogni cosa”. Pensa anche alle vecchie che sorpassano con il carrello della spesa in preda a una fretta inesistente. Odia le vecchie rifatte con la faccia sformata, quasi fusa al microonde. Una Opel Corsa rosso “rossetto da vecchia” si ferma al casello. Dentro, come no, una biondona settantenne dalle labbra sproporzionate e le tette incomprensibilmente grandi. Paga abbandonando lentamente le monetine sulla mano di Pep accompagnando il tutto con un raccapricciante “Ciao dolcezza”.

Pep sorride sforzato e bestemmia dentro di lui. Lo schifo che prova gli ricorda che odia anche i gabbiani, con quelle grandi ali, la gobba e quel becco bastardo. Si ricorda di quella domenica mattina di novembre quando, andando in motorino per l’Eixample verso casa di Julia, lo sorpassò a due passi dalla testa un gabbiano (“di merda” direbbe lui) con in bocca una pantegana nera e bagnata, con la lingua fuori e la coda che si muoveva accarezzata dal vento di Barcellona.

Li odia veramente, non i ratti che almeno si nascondono in fogne e zone poco raccomandabili, ma i gabbiani. Li odia. Pensa agli iPod e s’incazza. Pensa ai calciatori che fanno fallo e alzano le mani per dimostrare un’innocenza senza scrupoli e s’incazza. Odia il football americano e quelle (“coglione” direbbe lui) ragazze pom pom. Odia il cinema spagnolo e, soprattutto, Amenàbar. Odia il pop spagnolo con quelle voci macchinosamente lagnose.

 La terza macchina che arriva è una Seat Ibiza nera rielaborata in un insopportabile stile tuning. Alettoni, neon color blu Dr. Manhattan e subwooffer alla massima potenza. Dentro un nutrito gruppo di futuri clienti (futuro brevissimo) di discoteche odiate da Pep. Tutti in un evidente stato di ebbrezza e molto, troppo eccitati, stanno ballando dentro la vettura. Pagano i 5 euro e 33 e sgasando vergognosamente se ne vanno.

Pep, allora, ricorda che odia il tuning, odia le auto rumorose, le Ferrari e le macchine gialle e quelle rosse. Si ricorda che odia la formula 1 e il motoGP, le sgommate e i lubrificanti ELF. Odia chi guida sportivamente e chi lo fa lentamente, odia chi usa il casco integrale e chi compra i DVD versione integrale. Si ricorda anche che, pur amando il cinema, odia i film d’autore, odia il fatto di non capire perché si chiamano “d’autore”.

Evitando l’apparizione di una ulcera gastrica, Pep si calma e si mangia una patatina. Ferma l’autointrospezione psichiatrica e pensa al bianco, il colore bianco. Lo sparviere, come una calamita, gira in tondo sopra l’autostrada. Le femmine sparviere non sono prede facili. Lui lo sa. Lui è uno sparviere paziente. Pep non è snob, ma ultimamente odia troppe cose e lui lo sa. La relazione con Julia, da qualche giorno, non è più lo stesso. Le vuole un gran bene, sta bene con lei, il sesso è mitico e il profumo della sua pelle gli fa perdere la testa.

Da qualche giorno a questa parte, però, è strana. Lo chiama poche volte e quando lo fa le chiamate sono corte e poco intense come le famigerate scopate da discoteca, sì. Una folata di vento fa perdere, per un secondo, il tragitto allo sparviere e l’ellisse che disegna non è più perfetta. Nello stesso momento, 5 centesimi cadono dalle mani di Pep.

Ciò gli fa pensare che odia le monete di quel colore rosso Siena. Pensa che, purtroppo, ci vuole troppo poco tempo per farle diventare nere. Le odia proprio per questo. Odia gli okupas e i suoi cani sporchi. Non capisce cosa dimostrano con quei vestiti puzzolenti e l’insensata voglia di scappare da un gruppo di pecore (come dicono loro) bianche per atterrarne in uno di nere.

Non sopporta l’aglio, la Coca-Cola Zero, i computer HP, le zucchine ripiene, le bidelle psicologhe, l’atterraggio d’emergenza in prima pagina, i giornali di destra, i politici imbalsamati, l’odore della camomilla, i malati immaginari, le donne con la capigliatura a fungo, i palestrati e le barrette energetiche, Johnny Depp, le voglie sulla pelle, le donne gravide che mangiano cioccolato, il finto punk, le foto dei documenti d’identità, la papaya, la frittata, i piccioni con problemi di digestione, le donne esageratamente profumate, Brigitte Nielsen, i programmi in tivù per raccogliere fondi, i cavalli, i ragazzi coi motorini truccati, Massimo Boldi, il Milan, il Real Madrid, le scrivanie per computer, le ambulanze gialle.

Il motore di un Audi R8 lo riporta al mondo, veloce e fastidiosamente. Un deficiente al cellulare con i capelli ingellati al profumo di soldi gli da 10 euro e quasi urlando, dice: “tieni il resto”. Pep, pensando che forse il signorotto non sa che lui non è una cameriera e che, inoltre, non ha visto bene la cifra dal casello, svogliato risponde: “mancano 20 centesimi (coglione)”. Si ricorda benissimo che non sopporta gli smartphone, il colluttorio economico e soprattutto chi mangia con i bastoncini cinesi anche se nel profondo dei loro cuori vorrebbe farlo con una forchetta. Il freddo intenso della notte che si avvicina gli fa chiudere il finestrino del casello.

Rimane chiuso appena 5 secondi, il tempo di fare arrivare l’ennesima macchina. Lo apre e stringe le spalle in un tipico gesto alla ricerca di caldo.  L’auto abbassa il finestrino e una pistola guarda fissa Pep. Ma questa, forse, è un’altra storia. Stanco di non trovare l’amore che cerca lo sparviere vira a destra e fugge verso il bosco.

Sarà stato Minosse

Le piastrelle disegnavano un sentiero verso il buio. Questo, freddo e sporco, era illuminato da un neon bianco intermittente che ogni tanto mostrava un topo o uno scarafaggio. In fondo, il buio più totale. Il piede nudo e pulito, al contatto con le piastrelle, si congelava in direzione ascendente fino a far perdere per 3 secondi la respirazione. Ogni tanto entrava in contatto con piastrelle schifosamente umide con il rischio di perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente a terra. In preda a una malsana curiosità continuavo a camminare verso il buio, ora, davanti a me, si alzava una ripida e storta scalinata.

Mi sembrava di accedere ad una doccia a piani, le piastrelle continuavano e sul lato destro una tendina da doccia (azzurro chiaro) copriva la parete. Nel lato sinistro la parete bianca piastrellata continuava la sua ascesa. Ogni tanto, in forma di mini cascata, scendevano torrenti d’acqua sporca dalle scale, acqua calda che mi regalava attimi di sensibilità podale. Non riuscivo a girare la testa per vedere dietro di me e capire da quanto tempo stavo salendo le scale, che ora sembravano a chiocciola.

Ecco che così, continuavo a salire e i peli dell’avambraccio e quelli della nuca si mantenevano ritti quali aculei. Si spense la luce al neon e, non so ancora da dove, entrò luce solare. Dentro di me una angoscia primitiva mi assalì e, nello stomaco, un buco enorme si aprì. Avevo voglia di vomitare, urlare e piangere. Tutto ciò che feci fu sputare tra i miei due piedi e continuare a camminare. Ero arrivato a un ennesimo piano della doccia che nella mia testa aveva preso forma come una maestosa opera architettonica, una piramide dalle forme rotondeggianti e gli angoli aperti a forme mai descritte, un cono spigoloso o un parallelepipedo dalle circonferenze semirigide.

La stanza-doccia cominciò a girare velocemente facendomi inginocchiare chiudendo gli occhi. Quando riaprì le palpebre vidi che era una doccia enorme (non ne vedevo la fine) e ai lati si aprivano piccole finestre di alluminio sporco e rovinato. Mi rialzai non senza fatica e mi accorsi, solo allora, di essere nudo e di avere una barba inspiegabilmente folta. Senza lasciar perdere l’opportunità trotterellai verso una delle finestre.

 Coperte dal vapore, ingrossavano la curiosità che prese forma accanto a me come un gigantesco batuffolo marrone-nero. Mi abbracciò, me ne divincolai e gli diedi uno spintone facendolo rotolare verso la fine-non-fine della doccia. Sparì nel buio. Non resistendo alla tentazione con un dito stampai un 5 e una “D” sul vetro coperto dal vapore, per poi definitivamente cancellare il tutto con la mia mano. Guardai fuori. Altalene gialle ed erba alta.

Una rondine si scontrò contro la finestra facendomi retrocedere repentinamente. Poi, come in una reazione a catena, si udirono tonfi in tutte le finestre seguenti. Cominciai a correre seguendo i rumori dei volatili spiaccicati sugli oblò quadrati, più veloce andavo più alta si faceva la frequenza dei tonfi volanti. Pum.  Pum.  Pum; pum; pum; pum, pum, pum, pum!!!!! Come dentro una piscina giravo metodicamente la testa verso sinistra, non per prendere aria ma per guardare (con tremenda paura) i poveri uccelli che, dissanguati, colavano lentamente giù per la finestrella. Lasciavano una scia nero-rosso; disegnavano frecce che indicavano il sud.

Correvo, sprintavo, veloce come uno scoiattolo dentro casa. La doccia non finiva mai, i tonfi non finivano mai e il pavimento cominciava a diventare sempre più sporco e bagnato. Per evitare una vergognosa caduta, al volo, mi tuffai di testa sperando in una sconosciuta e nuova profondità della doccia. Fortuna. L’acqua era gelida. Il buio era veramente scuro. Non vedevo assolutamente niente. Non udivo assolutamente niente. Il batuffolo marrone-nero misteriosamente secco mi abbracciò di nuovo e le rondini tornarono a volare.

La luce, l’ombra e i tacchi a spillo

Fumo. Di colpo il fumo inondó la sala. Spesso e pastoso, un fumo nero e cattivo sgorgó dalla cima della scalinata, come di un vulcano si trattasse. Due corna spuntarono dal dietro il primo scalino, pian piano, tutto il corpo. Un viso maschile in veste femminile, un sorriso malizioso e profondamente cattivo, un corpo tozzo e grande. Il diavolo cominció a ridere in modo inquietante, con il corpo all’indietro e i pugni chiusi. Circondato dal fumo, che ora cominciava a sparire, cominció a scendere le scale, lentamente, teatralmente. Indossava delle strane zeppe new-gothic  tutt’altro che tranquillizzanti e continuava a muoversi ondeggiando il corpo, schiudendo le braccia e muovendole in slow-motion.

Rumorosamente, rideva. -Vecchia laida!- urló l’eunuco Lucifero -cosa daresti per ritrovare e conservare per tutta l’eternitá  la tua giovane e innocente bellezza!?- Una vecchia ingobbita e maledettamente rugosa apparí dal nulla. Il suo naso pendeva verso il suolo e la sua gobba si alzava verso nord, spostando il suo punto di vista verso un orizzonte peculiarmente ristretto.

-Io ti daró la mia anima; potrai mangiartela, giocarci o rivenderla a qualche angelo ribelle…é tutto ció che mi resta!- rispose falsamente cortese l’anziana donna. -Preferisco i tuoi stivali- rispose secco il gaio diavolo. -I miei stivali? Sono delle decolté con il tacco a spillo- disse in tono da professoressa. Ecco, la vecchia, pur avendo un infame fisico, persisteva nel vestirsi come una fresca e leggiadra zoccola di quartiere. Ribadisco, un’immagine violenta come poche.

Senza proferire parola si svestí delle sue scarpe, lasciando alla vista di tutti dei piedi sorprendentemente sexy, e le porse a Satana. La faccia del diavolo si illuminó di gioia, un sorriso da orecchio a orecchio invase il suo viso e con le scarpe tra le mani cominció a ridere rumorosamente. -Ora, mia cara vecchia, non mi resta altro che esaudire il tuo desiderio! Sarai giovane e bella, per sempre!- cosí dicendo, indossó le scarpe della vecchia, spiegó le sue braccia e soffió verso la donna come di candele da compleanno si trattasse.

Ero seduto al tavolo numero 3. Bevevo un whisky con soda e osservavo lo spettacolo con una sensazione di sorpresa, schifo e colpevole piacere. Conoscevo a Sergio da una decina d’anni, lavoravamo insieme. Ricordo che a quell’epoca io portavo l’autobus numero 5 e lui si incaricava della linea 69 (non scherzo). Ricordo ancora quel pomeriggio che mi disse che voleva abbandonare tutto, che non era felice. E così fece, si separò dalla moglie e lasciò il suo amato 69. Ora, 4 anni dopo, è su un palcoscenico, vestito da diavolo drag-queen e incazzandosi se qualcuno lo chiama Sergio, lui ora è la Diavolo. La Diavolo.

Al quarto whisky ero già di buon umore e applaudivo e fischiavo come un fan esaltato, mi sembrava il miglior spettacolo della storia. Ora la ex-vecchia era una gran bella ragazza che, completamente nuda, correva sul palco, gi rotondando il diavolo sui tacchi a spillo che rideva esaltato e muoveva le braccia in onde irregolari. Calò il sipario. I miei applausi erano i soli, ma erano assordanti.

Era ormai notte fonda e io guidavo il notturno bus color giallo. Era vuoto e arrivavo al capolinea. Ero stanchissimo e gli occhi si chiudevano e si aprivano senza logica. Sentivo la testa cadere pian piano verso sud e poi risalire in uno scatto di vivere. Le mani al grande volante a volte perdevano la forza necessaria e il colosso a quattro ruote sbandava qua e là. Mi sorprese una rotatoria sorta dal nulla e la centrai in pieno. L’autobus giallo si alzò in alto, quasi pronto al decollo. Le ruote giravano velocemente in aria, muovendo l’acqua della fontana ornamentale. Mi ricordo che l’ultima cosa che vidi, in mezzo alla nebbia e alle gocce d’acqua fu la faccia della Diavolo davanti a me, la sua lingua, come quella di Gene Simmons, si muoveva freneticamente.

Mani Pulite

Non aveva paura. Non provava mai questo sentimento. Nella sua vita non aveva mai avuto a che fare con quella sensazione che ti prepara alla peggiore delle cose. Viveva tranquillo, quasi insensibile a qualsiasi cosa. Non aveva paura dei carro armati, neanche del futuro, non aveva paura del passato e nemmeno del presente. Non aveva paura di fumare ne di finire le sigarette, neanche delle canzoni inutili, dei manganelli dei poliziotti. Non aveva paura della pioggia, non aveva paura delle insolazioni d’estate, non aveva paura della metropolitana e neanche di volare, non aveva paura all’atomo e non aveva paura ai calci alle caviglie.

Pensava agli americani e agli iraniani, agli spagnoli e ai catalani, ai senegalesi e ai veneziani e no, non aveva paura. Non temeva la morte, non aveva paura dei brutti film e neanche dei motorini elaborati, non aveva paura dei fisioterapisti e non gliene fregava proprio niente dei politici. Se ne fregava anche dell’incenso che brucia nelle case di signore pseudo-hippy, del whisky che galleggia nelle pance dei ricchi banchieri, della calvizie e dei salici piangenti, dei fantasmi e dei drogati, dei fanesi e del mare inquinato. Non so come dirlo, ma non aveva paura di niente, di nessuno. La carta stagnola stropicciata a formare un fiume in un presepio non gli provocava paura. Neanche le rughe e la pelle all’odor di tabacco.

Il dentista non aveva paura. Più della metà della sua vita è verde come il suo camice pulito. Parla poco e si pettina con la riga a sinistra. Le mani sono pulitissime e odia le caramelle al mentolo. Le mani sono pulitissime. Le mani sono pulitissime. Ecco, forse, le mani sono il suo tallone d’Achille. Le deve avere sempre pulite, disinfettate, quasi brillanti alla luce di settembre. Si lava la mani di continuo, con un minimo di una volta ogni mezz’ora. Nel tasche ha sempre uno di quegli aggeggi che contengo un liquido blu, molto di moda ai tempi dell’influenza aviaria, che ignorando l’acqua sotterra qualsiasi batterio impertinente. Ora, che sia chiara una cosa, non è una persona gradevole, non è simpatico.

Anzi, lui, è proprio antipatico e sgradevole, parla pochissimo e se ti vede per strada e ti conosce fa finta di niente e non ti saluta. Alla macelleria non ringrazia mai e mai ti chiede come stai. Non sorride neanche ad un bambino e non ride con i comici della TV. Lui aggiusta i denti delle persone.

Fa dire “Ah” e fa stringere coi denti dei bastoncini cotonati; ti fa sciacquare la bocca col colluttorio, ti prende le misure con una pasta rosa e si lava le mani. Se le lava di continuo. Lui non ha paura. Ma la storia è un’altra. La storia è una storia che fa paura. Una favola senza morale, uno scherzo tragico del destino. La storia è quella che state per leggere.

Quel coraggioso dentista è nell’Autogrill di Marotta, gli piace guidare per la A-14 senza un destino fisso. Prende la sua Q8 e fa su e giù per l’autostrada e, come succede ora, ogni tanto si ferma; mangia, va in bagno e compra un fumetto (tra i suoi preferiti credo ricordare Zagor). Di solito usa i pisciatoi verticali perché odia toccare la porta dei water. Ma oggi, capitemi, non poteva fare altro.

Ora è dentro a quel bagno, seduto sul water, a guardare la porta chiusa piena di tag e scritte varie (alcune troppo oscene per trascriverle qua, altre di troppo poco stile per sprecare inchiostro). Di solito questi tipi di bagno sono aperti sia all’altezza dei piedi che al di sopra delle teste, questo era totalmente chiuso da i quattro lati, le piastrelle, una volta bianche, erano gialle. Il destino è bastardo e quel coraggioso dentista ancora non lo sa. Si tira su i pantaloni e scarica lo sciacquone.

Con la carte igienica a proteggere la mano si appresta ad aprire la porta, ma la porta non si apre. Neanche alla seconda volta, neanche alla terza, la quarta e nemmeno al ventesimo tentativo, a quel punto la testa comincia a girare e un vuoto siderale si crea nella bocca dello stomaco e il sudore comincia a sgorgare e le ginocchia a tremare. Non può essere vero, pensa il dentista, non posso rimanere chiuso qui dentro. Lui ha le mani sporche e non ha dove pulirle, il disinfettante è in macchina e quando guarda le mani vede tutti quei milioni di germini correre dappertutto, entrare nella linea della vita e uscire da quella del denaro, riprodursi e giurerebbe di averne sentito qualcuno insultandolo.

Non ne può più, il malessere è esagerato e le piastrelle gialle cominciano a muoversi in un vortice che va sempre più veloce. Circondato da un tornado giallo e seduto su un water di autogrill il dentista si sente malissimo. Deve pulire le mani, le deve disinfettare. Ora. Non riesce a calmarsi, non riesce a farlo neanche quando pensa che lui NON ha paura, non ha paura di NIENTE. Ma le mani, le mani, le mani! Cazzo, le mani. Ora, che si fa? Più le guarda più trema. Chiude il pugno destro e vede le nocche praticamente sciolte, corrose da qualche acido mortale. Chiude quello sinistro e lo vede gonfio come una mortadella DOC di Bologna, pronto all’esplosione in milioni di minuscoli dadi saporiti.

Lo trovarono un’ora più tardi. L’insonorizzazione dei servizi (ve lo prometto, la storia è vera) non faceva sentire le urla strazianti del dentista. A quell’ora non entrava molta gente a pisciare. Robertino, quello che fa i caffè veramente male, proprio lui, lo trovò. Entrò per lavarsi le mani e la pozza di sangue che usciva dal water sulla destra attirò la sua attenzione. Buttando a terra la porta come un super cop di Hollywood, Robertino lo trovò svenuto con la testa appoggiata sul water e al posto delle mani un disastroso ammasso di carne, sangue e unghie macinate.

C’è chi dice che in preda all’isteria, il dentista, usò la tappa del water come un martello pneumatico contro le sue “sporche” mani; altri confermano che, come un cane ad un osso di pollo, masticò le sue mani fino a farne polpette; in pochi dicono che il dentista abbia preso a pugni le silenti piastrelle gialle fino a ridursi in quello stato. Sicuramente non sapremo mai la verità. Quel coraggioso dentista, al giorno d’oggi, non guida più. Non lavora più. Ma dice la leggenda che ora, finalmente, non ha paura di niente. Assolutamente di niente.

Parrucche e bazooka

Venerdì, 14 ottobre. 1:24 am.

Il bazooka sparò una volta sola. Per i quattro skin-head non ci fu nessun miracolo e ancora adesso raccolgono i minuscoli pezzi di carne che poco prima formavano i loro muscolosi corpi. Fumo nero, odore di morte e il nero e il rosso a riempire il quadro. Il bazooka sparò una volta sola ed ora riposa tra le tremolanti mani del pagliaccio come un bambino stremato tra le braccia di sua madre. L’ombra del clown si allunga sulla parete. Le gambe separate che indossano dei pantaloni gonfi e colorati, la figura ridicola che trema ancora e la parrucca enorme completa l’allargata figura che si staglia sul muro.

-Coglione! Guarda che per carnevale ancora mancano 5 mesi!- -Sei veramente un pagliaccio!-

-Se non la smetti di fissarci ti devastiamo la faccia e ti infilziamo quella merda di naso rosso su per il..- Così urlavano pochi secondi prima i poveri disgraziati. Testa lucida e rapata, facce cattive e minacciose, bretelle, stivali ed orribili tatuaggi. Non era la sua intenzione, ma il bazooka sparò e la città svegliò. Il bazooka sparò una volta sola. La prima ed ultima. Rosso e nero. Il pagliaccio passò il resto della sua vita chiuso in un carcere. Senza parrucca e senza naso. Senza bazooka e senza sorriso finto.

Giovedì, 13 ottobre. 11:31 pm.

Le porte dell’ascensore si aprirono al suono di un “ding” metallico e davanti a lui un corridoio lungo, in verde moquette. Fece un respiro profondo e si incamminò verso l’appartamento 505, in fondo a destra. La signora aveva raffreddato una bottiglia di vino bianco e aveva preparato un vassoio con dei salatini, si era truccata a volontà (non tanto come lui, ma quasi) con rossetto rosso, rimmel, fondo tinta e addirittura si era fatta fare delle unghie finte, lunghe con la french, smaltate di rosa. Indossava una vestaglia “tipo kimono” con dei fiori su sfondo nero lucido e delle scarpette con un corto tacco.

-Benvenunto Romoaldo, ti posso servire un bicchiere di vino? -Come no, grazie signora…?

-Chiamami Rosalba, signorina Rosalba. -Grazie signorina Rosalba. -Ma che scortese che sono, siediti! Sarai stanco a quest’ora della notte. -In effetti.. -Vedo che indossi dei pantaloni pesanti, non hai caldo? -Le piacciono signorina? -Mi eccitano. Lo sai? -Lo so.

Lo sguardo della signora passò dal cortese-educato al sessualmente assatanato. Buttò il bicchiere alle spalle, si sciolse la coda dei capelli e aprì la vestaglia mostrando un corpo vecchio e rugoso. Alberto (il pagliaccio Romoaldo per le signore) da buon professionista rispose fintamente eccitato.

Volarono una parrucca rossa, un naso finto, delle scarpe enormi e la stanza si riempì di colori, di tutti i colori immaginari. Fecero tutte le posizioni e la signorina Rosalba arrivò all’estasi innumerevoli volte. Romoaldo è caro, ma vale la pena. Le signore lo sanno. Le signore che si eccitano con i i clown lo sanno. Romoaldo è un professionista.

Riscosse i soldi di Rosalba e ad alta notte uscì dall’appartamento della signora che intanto si era già messa a dormire con un sorriso stampato in faccia e con un sottile e delicato formicolio in tutti gli angoli del rugoso corpo, ancora indaffarato a digerire il ritrovato piacere. Salì nel suo furgoncino, diede uno sguardo alla parte posteriore per assicurarsi di avere con se il suo gioiellino e si diresse in centro. Il sogno di andare in giro per la città deserta e buia, vestito da clown e con in mano il suo amato bazooka stava per avverarsi. Romoaldo non ha grandi pretese per la sua vita, con questo semplice atto sarebbe stato felice per l’eternità.

Giovedì, 13 ottobre. 10:03 am

Alberto Barilla si prepara un latte macchiato mentre si veste per andare a lavorare. Alberto Barilla è un pagliaccio. Nel vero senso della parola, un pagliaccio. Nel suo furgoncino un cartellone con scritto: “Il Pagliaccio Romoaldo” (lettere verdi fosforescenti su sfondo nero) indica il suo lavoro. Tra poco suonerà al campanello di una villetta con giardino e una madre alta e bella gli aprirà la porta senza guardarlo agli occhi (non c’è niente da fare, i clown fanno paura a molti adulti) e un gruppo di bambini urlerà di gioia ed allegria.

La sua vita si svolge tra feste di compleanno e qualche lavoro free-lance nei circhi della regione e nelle case di signore dalle strane parafilie. Immaginatevelo come un vero professionista. Il destino ridicolo di questo uomo di 38 anni era scritto dalla più tenera età. Alle elementari Alberto non era un bambino che avesse molti amici, i suoi compagni di classe non lo sceglievano mai per le partite di calcio e ai suoi compleanni (dove ogni tanto c’era un pagliaccio o un mago) non veniva invitato. Gli urlavano insulti di tutti i tipi, tra i più gettonati, come no, quello di “pagliaccio”.

Non è un uomo molto intelligente, neanche molto colto. Vive la vita quasi senza hobby, con i pochi soldi che guadagna paga l’affitto del suo buco e compra i pezzi necessari a costruire un piccolo bazooka handmade (forse il suo unico motore di vita). Ha parrucche gialle, verdi e rosse. Vestiti a righe multicolore, scarpe giganti di colore arancione e verde chiaro. Nasi rossi da clown ne ha 4.

Guanti bianchi e palloncini a volontà. Si trucca il viso con un sorriso enorme e antinaturale da orecchio a orecchio e si disegna della sopracciglia in accento circonflesso che arrivano a toccare i capelli ricci dell’esagerata parrucca. Fa finta di cadere e farsi male, gonfia palloncini a forma di barboncino e racconta barzellette con una voce nasale. Si lava bene i denti, si guarda allo specchio e sorride compiaciuto perchè sa che oggi è il suo giorno fortunato. La signora Rosalba vede un annuncio su internet e decide che questa sera sarà la miglior sera della sua vita.

Farfalle di burro

Seduti ad ascoltare musica e bere birra. Non stavano facendo granchè, ma lo stavano facendo bene. Ascoltavano insieme l’ultimo disco di The Cribs, aveva un nome lungo, ora non ricordo bene ma c’era la parola “Bull” nella copertina. Si tenevano la mano e le gambe si incrociavano. Seduti stesi ad ascoltare musica e bere birra. Bevevano una di quelle birre economiche, per terra c’erano almeno una decina di lattine vuote. Si baciavano, è vero, inoltre si baciavano.

Lei aveva i capelli lunghi e mossi, aveva delle labbra morbide e un corpo come l’età corrisponde, bello, formoso e sodo. Lui aveva i capelli corti e spettinati, basette folte e un corpo che a quell’età potrebbe essere abbastanza migliore. La moquette della stanza era pulita o almeno sembrava esserlo. Sopra di loro un cielo stellato. Nel buio del vuoto le piccole stelle brillavano come diamanti. A riempire un nero profondo, a dare luce a chi come loro meritava l’illuminazione.

Al di là della finestra, verso ovest, inizia un bosco spesso, pieno di alberi e cespugli. A quell’ora non si vedeva assolutamente niente. Si udiva qualcosa. Un urlo. Esatto, un urlo straziante e tremendo. La voce sembrava quella di una donna. L’urlo sembrava quello di una donna. Gli animali del sottobosco erano fin troppo addormentati per sentire niente e la coppia aveva il volume dei Cribs fin troppo alto per quell’ora della sera. Al di là della parete, verso est, inizia una via desolata, qualche casetta qua e là e un antico zuccherificio abbandonato. Le barbabietole erano ancora lì ma il fumo non usciva più dalle ciminiere. Un cane si grattava dietro l’orecchio e non sembrava   essere cosciente di esistere.

Una farfalla che veniva da ovest aveva un’espressione di spavento, la sua forma di volare non era quella normale. Nervosa, a scatti, aveva paura. La farfalla aveva paura. La farfalla, che a quell’ora doveva essere già a casa con i suoi, aveva una voglia matta di arrivarci. Aveva visto qualcosa di orrendo ad ovest tra gli alberi e cespugli. Passò quasi sfrecciando vicino alla testa del cane alienato che, per un attimo, ebbe un brivido. Sotto le fondamenta della casa le vibrazioni della musica del gruppo inglese faceva smuovere polvere e terra, i lombrichi tremavano e si disperavano. La terra bagnata era la stessa da tempo, quando addirittura ancora non era terra.

Dove in quel momento c’era terra un tempo c’erano strade fatte di pietre e uomini pelosi che lottavano per un pezzo di terra, la terra che c’era, prima che quella terra che tremava si fosse azzardata di esistere. Si baciavano.

Ad ovest si sentivano dei colpi ritmici. TOC. ZAC. TOC. ZAC. Le stelle che coprivano ed illuminavano la casa erano assorte a guardare la coppia, verso il bosco nessuno ci guardava. Nello zuccherificio, al piano terra, in fondo a destra, di colpo, si accese una luce. Nell’ufficio che un tempo era del capo reparto si accese una luce. Gli scarafaggi correvano come condannati verso le fessure della parete e qualcuno, con i piedi sulla scrivani impolverata, apriva il giornale e iniziava un cruciverba. Nella stanza, seduti e abbracciati e coccolati, si baciavano mentre il disco si consumava con la penultima canzone. Butterflies. La canzone si chiamava Butterflies.

Proprio come la canzone. Uno sciame di farfalle dai mille colori (ricordo il verde, ricordo il rosso e il giallo come il rosa e il viola, ricordo anche che c’era l’arancione e il blu elettrico) passò attraverso la casa, da est verso ovest. Avevano gli occhi furibondi, volavano arrabbiate e determinate. La casa rimase immersa, per un istante, in uno zucchero filato di farfalle che, come un turbine, circondarono la casa, per un secondo, circondarono la casa. Velocemente volavano verso ovest. Verso il bosco. Il cane sulla strada, intanto, dormiva e sognava. Lui non si ricordava dei sogni ma, nei sogni, era un pipistrello e dormiva a testa a in giù. Da ovest proveniva un rumore strano. Urla strazianti, urla di un uomo. Un rumore che non fa paura, che non fa tristezza. Le stelle si girarono di scatto, come attratte da un amore mai visto prima.

Illuminavano uno sciame di farfalle che, tristi ma soddisfatte, volavano di nuovo verso est. Rimasero così, per sempre, illuminando le farfalle. La coppia chiudeva gli occhi e si copriva con una coperta. Mano nella mano sognavano. Sognavano di essere due farfalle, una blu e l’altra verde e sognavano che erano due farfalle toste. Due farfalle con le cose chiare.

L’ultimo ricordo

L’ultima cosa che ricordo è un bosco. Era notte e la luna piena illuminava i miei passi. Non camminavo, stavo correndo veloce, velocissimo. Il cuore batteva forte e sentivo che il petto lo teneva dentro a mala pena; come un ariete spingeva contro le costole al ritmo del polso arterioso. Sembrava una bomba pronta ad esplodere.

Gli occhi vedevano un sentiero di terra bagnata, sassi e qualche pozzanghera che mi sporcavano di fango le scarpe e il basso dei pantaloni. Alberi, alberi e ancora alberi. Scuri e tenebrosi erano gli unici spettatori della mia corsa feroce. Ricordo che correvo, ricordo come mi sentivo e quello che vedevo, ma non riesco a ricordare il motivo.

C’era qualcuno dietro di me? Stavo scappando o inseguendo qualcuno? Ricordo solamente il bosco, il verde scuro e la luna bianca. C’era anche un burrone, esatto, alla fine del sentiero c’era il mare e sotto l’acqua grandi e grossi scogli e negli scogli, sicuramente, qualche mollusco che si godeva la vita.

Mi avvicinavo pericolosamente alla fine del sentiero, gli alberi erano ormai meno numerosi e davanti a me rimaneva qualche cespuglio, la linea che separava la terra dal vuoto e in fondo il mare che luccicava al chiaro di luna. I polpacci soffrivano lo sforzo e un crampo mi attanagliò i muscoli mentre sentivo, sulla schiena, l’impatto di qualcosa di pesante. Ora sembra chiaro che stavo scappando da qualcuno, per di più qualcuno incazzato con me. Ricordo che di colpo non potei fare altro che frenare di colpo per non cadere giù dal burrone.

Ricordo il corpo tremare, gli occhi guardare il mare e le violente onde. Poi ricordo quella strana sensazione di pace di quando non esiste alternativa, di quando non puoi fare altro che seguire il tuo istinto animale. Ricordo l’adrenalina invadere il mio corpo e il mio corpo dare le spalle al mare e guardare verso il bosco, verso i sassi che qualcuno mi stava lanciando. Coprendomi il viso con il braccio sinistro afferrai con la mano destra i sassi che venivano dal buio e cadevano intorno a me.

Urlare, cominciai a gridare come un maiale al mattatoio, i sassi mi colpivano dappertutto, mi graffiavano e mi facevano male. Cominciai ad avanzare verso il bosco contrattaccando con la stessa arma, lanciando sassi alle tenebre. I pantaloni erano ormai coperti di sangue e la vista era sempre più annebbiata di rosso. Nessuno veniva fuori dal bosco, solamente sassi, veloci e cattivi. Come un animale ferito che protegge la sua vita iniziai a correre verso dove ero venuto; urlavo, correvo e lanciavo sassi sotto una pioggia di rocce cadenti.

Poi ricordo quella luce che, di colpo e senza avviso, illuminò il mio viso e formò una strana ombra dietro di me. Due fasci di luce, gialla e tonda come la luna che ci osservava. Poi il rumore di un motore e la luce avvicinarsi a me veloce, come imbestialita, come le fauci di un drago deciso a prendersi tutto l’oro possibile.

Allora ricordo che non potei fare altro che cambiare direzione di nuovo, girai i tacchi verso il burrone in un déjà vu minuscolo e malizioso. Ero in gabbia e non volevo morire disintegrato da un prepotente 4×4. Come la donna cannone presi la rincorsa e saltai dal burrone verso il cielo, diretto verso le stelle; non volevo cadere, volevo volare dritto verso la luna e le stelle, girovagare per la via lattea per poi costruirmi una casetta sul satellite bianco, una capannina semplice e completamente immacolata. La gravità fece il suo dovere e ricordo cadere verso le onde e gli scogli e i molluschi. Non ricordo nient’altro.

Non so come mi chiamo, non so chi è mia madre e non  so se ho sorelle o fratelli. Non ricordo il mio piatto preferito e se mi piace ascoltare musica o fare sport. Ricordo il bosco, la corsa, i sassi e il cuore battere forte. Ora, qui, steso su un comodo letto indosso dei vestiti eleganti. Una cravatta nera e una morbida camicia bianca, delle scarpe lucide e dei pantaloni puliti e stirati.

A quanto pare sono morto e non so chi sono.“Prima di morire rivedi tutta la vita passare”, cazzate. C’è molta gente intorno a me ma non li conosco e sento che l’energia residuale inizia a sparire. Non sento niente, non ricordo niente, pian piano si fa buio intorno a me, si cala lentamente il sipario. L’aria si stringe e sento una piacevole quanto impossibile sensazione di pressione. Ad un tratto il buio diventa luce, bianca all’inizio si trasforma in mille cristalli che girano ad una velocità vertiginosa; pezzetti di vetro minuscoli di colore rosso, verde, giallo, blu, viola, arancio, azzurro ed amaranto.

Un vortice stretto. Un’implosione magnifica dove di me non rimane che la coscienza. Qualcosa mi culla verso l’infinita tenebra che ora mi accoglie. Comincia a fare freddo e solo vedo nero. Tutto è nero e freddo e non  so chi sono. Come dal profondo di un pozzo vedo lassù, un puntino bianco di luce, c’è qualcuno che urla qualcosa, sta dicendo il mio nome e mi racconta chi sono. Troppo tardi. Buio, aspettami.

Il maiale e l’astronave

Siamo quelli che non resteranno nei buoni ricordi. Era fine agosto e sulla spiaggia si respirava un’afa terribile ma del sole non ce n’era traccia. Eravamo in pochi al mare, l’immagine era quella di fine novembre ma ancora l’estate doveva finire. La chitarra di Mimì suonava forte e lui a torso nudo cantava urlando come quelli della Centrale Elettrica. Sulla mia pelle c’era scritto: Niente di Niente.

Enea aveva la palla tra i piedi e con un numero dei suoi elevò la sfera di plastica e con un violento calcio indirizzò il pallone tra di noi, a modo di cross. Nella bolgia l’acqua era ferma, tranquilla e ci accarezzava le caviglie. L’acqua era caldissima. Fog saltò in avanti a colpire di testa. Goal. La Rocca pur lanciandosi in un disperato tentativo di miracolo in forma di parata non riuscì alla presa. Goal. L’immagine si congelò. Gocce, cielo grigio, sabbia grigia, tre ragazzi che corrono a bocca spalancata e un orizzonte azzurrino che ci urlava: dietro alle stelle di plastica c’è un soffitto vero!

Siamo quelli che non resteranno nei grandi discorsi.

Era fine novembre e l’aria gelida ci tagliava il viso. Sciarpe, guanti, scaldamuscoli, felpe, magliette di lana e calzettoni. Il campo da calcio era marrone. La terra e il fango si mischiavano con la nebbia ed era tutto un miscuglio di colori spenti e tristi. Ferro aveva le mani sporche di fango e la felpa bianca era metà marrone e lì, all’altezza del calcio di rigore mi guardava e rideva. La slow motion ora si fa vivissima. Il pallone lo colpì al volto sorridente. L’impatto lento alla moviola ci fece vedere la bocca cominciare a contorcersi insieme alle guancie e i capelli. Giocavamo come undicenni tra la nebbia che lentamente si convertiva in neve, le zanzare almeno non ci sono più. Fango sul fango sul sudore cristallizzato sul vaporoso calore che esce dai capelli. E così via.

Siamo quelli che non appariranno nei bei film.

Era fine maggio e il vento era quasi gradevole, le margherite erano sottili cheerleader che applaudivano mentre vivevano per risolvere il vortice enigmatico del m’ama non m’ama. Indossava guanti da portiere e volava come in un cartone giapponese. Da palo a palo, non passava neanche una palla. Viaggiava come il vento diretta al sette, uno Sputnik senza freni e senza scrupoli; le nuvole gonfie e bianche guardavano strabiliate il pallone in ascesa continua.

Gli estintori non avevano niente da fare e sussurravano tra di loro come netturbini alla pausa pranzo. La scritta dello SMA ci offriva il verde e l’arancione e le macchine avevano le porte aperte e le bottiglie d’acqua belle calde. Correvano come faine nel bosco, saltellando tra i buchi del campo; il pettirosso iniziò a cantare. Il maiale rosa alla guida dell’astronave indossava un elmetto stellare e la faccia era in perenne rictus annoiato. Nessuna foto in cui sorrideva. Il maiale rosa era bello grosso, un soldato come si deve. Serio, affidabile e impassibile. Girava intorno a degli strani giovani che periodicamente correvano in un campo brutto tra le fabbriche o in spiagge deturpate. “Cazzo avranno da ridere?” ripeteva tra se e se il maialone rosa.

La missione era semplice ma erano mesi che il maiale non si decideva ad attaccare; non trovava il momento giusto o forse non voleva trovarlo. Fatto sta che pur essendo consapevoli di non restare nei ricordi buoni quei 5 o 6 esseri emanavano un piacevole odore a rivoluzione. Un gradevole profumo a libertà che arrivava dritto alle narici del suino stellare. La brigata era partita da mesi. Era tornata a casa con la missione compiuta. Il maiale rosa, con il broncio in viso, continuava a girare ipnotizzato da quelli che non resteranno nei grandi discorsi. Non aveva fame, non aveva sonno, non prendeva un soldo ed era continuamente incazzato ma paradossalmente entusiasta.

Siamo quelli che.

Quel bel vapore

Finalmente avevo i suoi capelli tra le mie mani. Osservavo il castano che scivolava tra le mie dita, riuscivo a sentire la vellutata sensazione della bellezza. Giocherellavo con i suoi lunghi capelli e, intanto, riposavamo sdraiati. Quaranta minuti prima c’era il fuoco intorno a noi. I vestiti volavano in una voragine che li portava su e li faceva girare ad un velocità vertiginosa. La pelle bruciava e il vapore creato dai nostri sospiri assopiva l’ambiente. Nebbia calda. Vapore rovente. I suoi capelli riposavano. La sua spalla faceva su e giù, i suoi occhi socchiusi e i piedi che si accarezzavano tra loro. Prima di rimanere sdraiati in quel divano le mie mani circondavano il suo viso, i pollici accarezzavano le sue labbra e gli indici domavano i capelli dietro le orecchie, lei scalava, con le sue dita, la mia schiena, dalle lombari alle cervicali, arrivando a incastrare le sue mani tra i miei capelli.

Avevamo aspettato tanto quel momento. Almeno io.

La nuvola rossa di fuoco ci avvolgeva con furia. Danzavamo appiccicati l’uno all’altra e non esisteva nient’altro. Scoprire gli angoli più reconditi dei nostri corpi per tornare alle grandi pianure già conosciute. Le colline dei suoi seni, la valle del suo addome, le rocce delle sue rotule. Fondersi in uno, come mai era successo prima. Fondersi in uno, come mai lo avevo fatto con nessuna. L’umidità creò la pioggia, una pioggia bollente che la nostra pelle non sentiva neanche. Cento gradi centigradi che solleticavano i nostri sensi, aprivano i nostri pori e creavano forze magnetiche che univano le nostre labbra in baci mai visti prima.

Avevo aspettato a lungo quel momento. La realtà del platonico, la forza del desiderio, l’attrazione dei contrari.

Ascoltavo Colapesce. Fumavo l’ultima canna che mi rimaneva. Non era il miglior fumo che avevo provato ma non era poi cosi male. Mandasti un whatsapp abbastanza criptico che diceva qualcosa del tipo “imbarazzo. La parola è questa. Ma devo assolutamente dirti due cose.” La doppio malto che mi stavo scolando si scaldò di colpo e lo spinello evaporò tutto d’un tratto. “Che succede?”.

“Posso passare da te?”. “Certo, come no”. Oh, cazzo. Oh, cazzo.

Lavandino, doccia, acqua. Ho bisogno di acqua. Lavarmi, sapone, shampoo e doccia schiuma. I vestiti in giro per casa, la spazzatura. Via, subito.

DRIIIIIIN. Oh, cazzo.

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione. Spalancai la porta come impaziente: un fascio di luce tremendo, violento e dolce mi riempì i polmoni e il corpo intero. Era lì davanti a me, bellissima. I suoi capelli color terra riempivano l’uscio. Indossava gli short che le stanno così bene e quella maglietta senza maniche. La sua borsetta nera e i sandali. Le unghie dei piedi rosse come quelle delle mani, rosse come le labbra, come le guance, come la spilla che indossava. “Mi fai entrare o vuoi restare lì a guardarmi?”.

Preparai due gin tonic. Mi restava un po’ di Tanqueray e un po’ di Bombay. “Tanqueray o Bombay?” e serena dicesti “fai te, se stasera bevo é solo per dimenticare”. Oh….cazzo. Oh, cazzo.

Un bel disco ci voleva, “High Violet” dei The National per circondarci e aiutarci a parlare. “Io….non so come dirti questo, è veramente troppo facile e allo stesso tempo troppo complicato. Non voglio che le cose tra noi cambino, non voglio rompere una cosa così bella….Io, beh, come dirtelo…” e fu così che le mie mani, stanche di aspettare il codardo cervello, presero il suo viso. Le mie labbra si unirono alle sue. Fiamme. Fuochi d’artificio. Incendio.

Finalmente avevo i suoi capelli tra le mie mani. Sembra ieri.

Non so quanto tempo sia passato, le birre che mi scolo la mattina non aiutano alla memoria. Ho la pancia, qualche capello è fuggito via di corsa e non faccio sport. Perchè mi sei venuta in mente proprio ora? Ho capito solo adesso che l’errore più grande della mia vita fu lasciarti scappare? La tua pelle soffice e profumata mi ritorna in mente con violenza, schiaffeggiandomi con forza il cuore. Ti piaceva andare al cinema a vedere i film stranieri, americani e coreani. Quella sera fu l’apice della mia miserabile vita.

Quella sera sfiorai il paradiso con le punte delle dita. Scrivevo rime bellissime, godevo del niente e del silenzio. Ero un felicissimo satellite che cantava serenate e comprava fiori rossi. I tuoi tacchi e i tuoi sandali e le tue occhiaie della domenica mattina.

Ora sono qua seduto sul terrazzo. Ho gli occhiali da sole perché il sole scotta e se non ti proteggi gli occhi diventi cieco. Guardo le petunie che mi ha portato mia madre e vedo qualcosa di strano. I petali si muovono e non sembra per colpa del vento. Si gonfiano e si sgonfiano. Sembrano respirare. Mi avvicino. Le petunie respirano, il fucsia e il giallo si muovono ad un ritmo respiratorio normale. Le tocco con un dito, accarezzo il velluto che ricopre il timido fiore e i petali continuano a respirare.

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione.

-Ma sta facendo yoga? Cosa fa?

-Credo stia meditando.

-Meditando? Ma se questo non capisce un cazzo…

-Eh, che ne so, seduto così, con gli occhi chiusi, qualcosa farà…

-Boh, sta veramente male comunque.

-Scatenato!

-Gli facciamo uno scherzo??

-Ahahaha. Come no!

-Dai allora, prendi le chiavi della cella. Ti aspetto.

-Arrivo!

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione.

I petali si aprono come un ombrello. Dal profondo del fiore qualcosa si sta agitando. Qualcosa sta uscendo da questa colorata petunia. Bocca aperta. Rimango a bocca aperta. Con calma, in bikini e con gli occhiali da sole esce, da dentro il fiore, una personcina. Una personcina piccolina. Hop, un salto e via, si stende sulla terra umida del vaso. Mi strofino gli occhi. Non è possibile, non è possibile. Indossa un bikini viola con pois bianchi ed è piccolina come un soldatino di plastica, ma non è inerte, si muove, si toglie gli occhiali da sole e mi guarda sorridendo.

Mi fissa e i miei occhi non riescono a crederci. È lei, dopo tanti anni; e sbuca da dentro una petunia fucsia e gialla. Inizia a camminare verso di me (lentamente) e stende le mani come se volesse toccarmi. Io vorrei abbracciarla, vorrei piangere raggomitolato sul suo collo, toccarle il culo, prendere il suo viso con le mie mani e poi baciarla fino a diventare una sola cosa.

Ma non posso, è minuscola. Non posso abbracciarla, non posso baciarla, non posso piangere sul suo collo (il suo collo aveva un profumo dolce e fresco, come un’albicocca, ma non profumava di albicocca, ne sono sicuro, era piú che altro un profumo al miele, miele, cedro e legno; qualcosa del genere. Profumava troppo bene).

Gli offro la mia mano come un King Kong depilato e lei, piccolissima, ci sale sopra. Avvicino la mia mano alla mia bocca come quando vuoi soffiare un piatto troppo caldo e con l’indice dell’altra mano accarezzo la sua testolina e lei mi bacia il polpastrello, si abbraccia al mio dito e il mio cuore va a mille.

-Dai, sbrigati! Se ci beccano ci fanno un culo cosí.

-Ho capito! Se almeno mi dessi una mano a portare la bacinella…

-Sono il veterano, un pó di rispetto. Dai, sú, entriamo.

-Allora, al mio tre aiutami a svuotarla, ok?

-Eheheh…ci sto.

-Allora…uno…due…tre!

Sorridiamo e ci guardiamo e dietro di me un gran rumore. Mi giro di scatto e dal soggiorno vedo formarsi un’onda gigantesca. La schiuma dell’acqua si dirige con violenza verso il balcone, verso me e lei. Mi raggomitolo per proteggerla dall’inevitabile impatto, sento le prime gocce d’acqua arrivare, un’acqua calda, non bollente, ma calda. Mi chiudo in me stesso e prima che arrivi l’onda riesco a dire due parole: “sembra ieri”.

L’impatto è bestiale, è caldo, è violento. Poi, il nulla. Una nuvola di vapore, come quelle di una bella doccia calda, no mi fa vedere niente. Provo a guardarmi le mani ma non le trovo, sposto l’aria con i miei arti invisibili ma l’aria non si sposta. La nuvola rimane. La nebbia calda mi circonda e di colpo sto bene. Rinchiuso in questo bel vapore sono tranquillo e niente mi fa male.

-Ma che cazzo…!?

-Oh mio Dio, com’è possibile?

-Sparito nel nulla?

-Ma poi che cazzo è tutto questo vapore?

-Cazzo, cazzo, cazzo….!!

-Siamo fottuti…

Le gocce non cadono. La nuvola resiste. Il vapore rimane.

Quel bel vapore.

Il terzino fluidificante

terzino fluidificante

Faccio la doccia con le mutande. Di fianco a me altri 4 fanno la doccia con le mutande e 3 la fanno completamente nudi. Siamo in 8 perché ci sono 8 docce. L’acqua calda fa crescere il vapore nello spogliatoio e il capitano fa il finto triste perchè abbiamo perso 4-0 nella partitella d’allenamento, ha fatto 2 autogol, ma in realtà non gliene puó fregare di meno.

Di lá c’è qualcuno che la doccia l’ha già fatta e qualcuno che aspetta. Addirittura ce n’è uno che, in accappatoio, si asciuga i capelli con il fon. Il fon è suo e non lo presta mai, “col cazzo che ti presto il fon”. Uno fa finta di stuprare a un altro con il semplice gesto di avvicinarsi da dietro e muovere il bacino avanti e indietro mentre esagera un’espressione di goduria, “ahhh! Ahhh!”.

Io ho lo shampoo antiforfora e il deodorante roll-on perchè quello a spray te lo rubano quasi sempre. Le ciabatte infradito sono il 90%, il 10% più nostalgico è quello del ciabattone con le strisce orizzontali, quasi sempre bianche e blu. Di fuori, il mister, circondato dai dirigenti, sbraccia e gesticola violentemente, sicuramente sta urlando.

Fa una scenata cosí ogni settimana che perde. Compratemi quello, acquistate quell’altro, siamo una squadra di merda, se non c’ero io questa squadretta di checche era già retrocessa, con queste merde che mi ritrovo dovete solo ringraziarmi, allo stadio vengono le tre fidanzate e Toni il matto, io vado via, ve lo giuro che prendo e parto.

Lo stesso discorso, da almeno 3 stagioni, lo stesso discorso. Poi, come sempre, metà classifica, cenone con costarelle di maiale, piadina e birra e buon’estate e fino all’anno prossimo. Di fianco a me, anche lui con le mutande, c’è Pippo (Filippo all’anagrafe e Pippa tra i compagni).

Fa l’ala sinistra e rientra sempre sul destro per tirare a giro, tira sempre in curva. Ha fatto un goal quest’anno, contro il Real Monticchio e l’ha festeggiato con le mani sulle orecchie (tipo Riquelme) per sentire i tifosi, allo stadio c’erano si e no 14 persone.

Pippa ha i parastinchi customizzati: su quello destro c’è scritto WLF con la W rossa, la L bianca e la F verde, sì, sì, in quest’ordine. Un tricolore ignorantemente all’incontrario.

Pippa è di destra perchè vengono gli stranieri e ci prendono il lavoro e all’ospedale li trattano meglio e alla scuola nido son tutti negri. Il parastinchi sinistro invece è decorato con un tribale e la scritta SAMANTHA TI AMO sopra, in corsivo. Samantha è la sua fidanzata. Pippa va a puttane al Blue Moon ogni sabato sera con Rigo e Mimmo (il centrale sinistro e il mediano panchinaro).

Il giovedì facciamo l’aperitivo al Bar dello Sport, le Moretti e i salatini, gli Spritz e i risottini. Non ci vado quasi mai. Lello urla una bestemmia perchè Feltro gli ha fatto lo scherzetto: mentre si lavava i capelli ha girato il rubinetto sull’acqua fredda. Freddy e Gennaro vanno a giocare a stecche questa sera.

Saluto con un “ciao, coglioni, a domani!” e vado verso la macchina.

Stasera c’è la nebbia. Sono le 21:30 e non ho ancora cenato. Salgo in macchina (ho un Opel Corsa bianco con la radio smontabile, cosí non me la rubano) e vado verso casa, in 10 minuti arrivo. Sicuramente nonna mi ha lasciato un pò di pasta col pomodoro e una fetta di dolce.

La nebbia è spessa, non si vede un tubo, assolutamente niente. Sembra di essere in mezzo a una nuvola, una nuvola scura e per niente soffice. Una nuvola fredda e stronza, non quelle che sembrano cotone e che accarezzano le cicogne e i loro fardelli, no, una nuvola cattiva. Se avesse gli occhi gli avrebbe rossi.

Guido piano con i fendinebbia accesi e intanto suona la canzone 17 del CD che ho masterizzato ieri l’altro, un mix di canzoni, cosí, un pò a culo. La numero 17 è “Un Sabato Italiano” di Sergio Caputo del quale conosco solo questa, però è bella dai. In mezzo al cotone nero della nebbia di notte, di colpo, appaiono piccoli flash, lampeggi di colore rosso, blu e giallo.

Le sirene della polizia e dell’ambulanza proteggono una macchina capovolta e un poliziotto dirige il traffico e ci fa fermare sulla destra per fare passare le macchine che vengono da sinistra.

La canzone numero 18 é “Tive razao” di Seu Jorge, un brasiliano che conosco perché canta qualche canzone di “Life Aquatic” di Wes Anderson, dove fa anche l’attore. Mi sta simpatico.

L’agente del traffico ci fa un segnale, è il nostro turno, possiamo passare. Metto la prima mentre inizia la canzone 19: l’Overture de La Traviata. A passo di tartaruga passiamo di fianco all’auto capovolta, le luci delle sirene ci illuminano il viso intermittentemente, non posso non guardare a destra, giusto uno sguardo veloce, la curiosità è umana.

Giro un secondo la testa e guardo l’auto distrutta, per terra il corpo esangue di un ragazzo e la sensazione gelida che qualcosa non va.

Devo riguardare e aprire bene gli occhi per guardare di nuovo la scena. Per terra, tra le lamiere e i vetri rotti, c’è un ragazzo morto. Le gambe iniziano a tremare, non riesco a coordinare i piedi e la macchina si spegne proprio lì davanti.

Un freddo malsano percorre il mio corpo dalla punta dei piedi, su per la schiena e fino alle unghie delle mani, apro gli occhi come mai ho fatto prima, per terra, tra le lamiere e i vetri rotti, ci sono io.

Un vigile mi urla da fuori, “circolare, cazzo, circolare!!”, mi sveglio di colpo come in preda a un’allucinazione tremenda.

Riaccendo l’auto, chiedo scusa al poliziotto, sto sudando freddo e sono costretto a guardare per l’ennesima volta alla mia destra: non c’è dubbio, il ragazzo morto nell’incidente, tra le lamiere e i vetri rotti di un’opel corsa bianca, sono io. Inizia a farmi male lo stomaco, una violenta sensazione mi opprime lo stomaco, mi toglie il respiro e mi provoca un conato di vomito. Passo la zona dell’incidente, mi accosto e prima di svenire vomito sul ciglio della strada.

Mi risveglio con l’acido in bocca, una sensazione di freddo estrema e le mani sudate e ghiacciate. Sto malissimo e sono solo, accostato in una strada buia illuminata a tratti dalle mie quattro frecce intermittenti. Hanno ripulito la strada, non c’è più l’auto rovesciata dietro di me e i vigili sono spariti. Di colpo una sete tremenda. Mi scolo la bottiglietta d’acqua frizzante che non lo è più.

Riaccendo la macchina e il cd riiniza a suonare. Claudio Baglioni canta “Signora Lia”. Metto la prima e vado verso casa. Ho detto Claudio Baglioni? Ma che diavolo…? Estraggo il cd, una compilation del cantautore romano del 2003. Ma chi cazzo l’ha comprato? Solo in questo momento mi accorgo che la macchina che sto guidando non è la mia. Sul volante il logo dell’Opel è stato cambiato per quello della BMW e gli interni sono in pelle, profuma anche abbastanza bene.

Lo stomaco riparte a fare brutti scherzi e il cuore si stringe come preso dentro al pugno serrato di Luke Cage. Mi gira la testa, mi accosto per l’ennesima volta, apro la porta della mia nuova BMW e vomito il vuoto sull’asfalto umido della notte.

Quando mi metto le mani tra i capelli mi accorgo di non averne, mi giro di scatto verso lo specchietto. Sono il mister. Cristo, sono il mister. La vista si annebbia e cado come una pera cotta. Non so come riesco ad arrivare a casa del mister. Non ci sono mai stato ma sembra logico saperci arrivare. Una casa a schiera con il tetto rosso, sulla finestra del primo piano sventola la bandiera della PACE bella scolorita.

Entro in casa, lascio le chiavi ed entro in cucina dove mi aspetta un piatto di pasta da scaldare il Tavernello bianco e una mela. Ho una fame assurda e ceno in 5 minuti. Mi assale una strana sensazione, quasi robotica. Mi muovo senza pensare e tutto sembra naturale, questa casa, mia moglie di sopra che guarda la TV in camera, Lucia che dorme. Ho solo una strano buco sulla pancia, un vuoto, una fame che non riesco a sfamare. Non ricordo granchè da quando sono uscito dal campo di calcio ma ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa, qualcosa di importante.

Decido di mettermi il pigiama e di buttarmi sulla poltrona; sul tavolino c’è la Quattroruote, TV Sorrisi e Canzoni e il quotidiano Libero.

Casa dolce casa. Mi addormento guardando il TG regionale. Il telefono squilla insistentemente e mi sveglio incazzato. Sul cellulare ho una decina di chiamate e una trentina di messaggi. “È morto il terzino, quello che correva un bel pò, porca miseria”. “Mister, è importante, prenda il telefono”. “È morto in un incidente stradale il numero 22, era strano ma quanto correva cazzo”. “Oddio che roba brutta”. E così via.

Povero ragazzo, non ci posso credere, che merda di mondo. Faccio la doccia, metto la tuta e il cappello di lana ed esco di casa. È freddo fuori, il sole si nasconde timido dietro la nebbia e dalla bocca esce il fumo del vapore, come i balloon di un fumetto. In tasca ho delle caramelle al lampone e sullo stomaco ho ancora la strana sensazione di ieri notte.

La sensazione che qualcosa vada storto, una specie di quinto senso e mezzo di Dylan Dog mi attanaglia le ossa. Salgo in auto e parto, non so bene dove devo andare.

Sono l’allenatore della squadra, un bastardo in campo, un padre di famiglia rispettato. Mi piace mia moglie, è bella, bionda e abbastanza intelligente. Guardiamo Grande Fratello insieme e ci piace la pizza (ortolana lei, Rossini io). Andiamo al mare sempre allo stesso stabilimento, c’è anche la piscina per Lucia e la domenica andiamo a pranzo da mamma, di solito fa la lasagna. Ho la BMW nuova nuova. Troppo bella, dai. Quindi, diciamo che tutto va bene, e allora? Cosa c’è che non va? Qualcosa è saltato.

Oddio, è morto il terzino e sembra che questa notizia non mi abbia colpito come in teoria avrebbe dovuto. Sì, è una cosa drammatica, ma non sento tristezza, è un pò come vedere le partite registrate, non sento nessuna emozione al rispetto, come se sapessi già il risultato, come se conoscessi la notizia. La brina copre il campo, la nebbia è ancora fitta e il sole si nasconde timidamente. Gli spogliatoi sono vuoti e una lumaca passeggia sul muro delle docce. La ghiaia dell’entrata è muta e il passero galleggia su di essa.

Si sente un rumore forte, una macchina che va a 120 km all’ora. La ghiaia inizia ad urlare quando le ruote della BMW entrano in contatto, il passero vola di scatto verso il cielo grigio e l’autovettura si schianta violentemente sugli spogliatoi.

Un cerchione vola alto e sfiora il passero, migliaia di sassolini di ghiaia si scagliano in aria come in un’esplosione e la BMW appare frantumata e incastrata tra docce, panche e mattonelle. La lumaca esce dal guscio e riprende la sua passeggiata mentre il fumo grigio dell’incidente si confonde con la nebbia che rimane.

La brina si scioglie lentamente e un raggio di sole da il benvenuto ad una nuova e meravigliosa giornata.