Game Over

******

Game Over (1/3)

L’aria umida della città lo perlava di sudore, gli bagnava i capelli, appiccicandoli alla fronte. Ansimava, respirando aria calda (molto calda), muovendo il torace e asciugandosi con l’avambraccio destro il sudore sulla faccia. Sul cornicione del palazzo non sembrava più lui.

Appiattito sulla parete aveva il viso completamente pallido, con una barba semirigida e lo sguardo perso chissà in quale remoto posto della sua memoria.
Gli occhiali che era solito portare a modo di maschera erano già frantumati sul marciapiede sottostante, a 24 piani.
Indossava il suo vestito, che, in maniera inspiegabile, sembrava scolorito e sgualcito. Il blu elettrico aveva perso watt e l’oro che ricamava gli stivali e le rifiniture non brillava più.

Il suo stemma (una B e una M, entrambe maiuscole in formato  Word Office Magneto, leggermente sovrapposte e circoscritte in una circonferenza di 7,5 cm di diametro) era scucito nella parte superiore; non dava l’impressione di cadere o cedere ma pur sempre rimaneva un ennesimo e piccolo dettaglio macabro.

Tormentato, aveva gli occhi lucidi e la gola tremula. Nel suo stomaco un senso di angoscia infinita, una maledetta montagna russa senza divertimento.

Il cielo, che prometteva pioggia, non fallì; un tuono regale invitò le gocce di idrogeno e ossigeno a cadere veloci e rabbiose sulla città, umida città. Gocce grandi e grosse arrivavano come proiettili trasformando il sottofondo urbano in un “Number 32” by Jackson Pollock.

Ogni tanto, al ritmo dei fulmini, la sua faccia si illuminava di un bianco elettrico, evidenziando le sue tristi rughe; proprio lì le gocce si accasciavano e diventavano un irrequieto girino d’acqua che, inesorabile, correva veloce verso la sua morte, al di là del viso. Prima o poi doveva finire, ma non così. Queste non erano le regole.

Game Over (2/3)

E gli ritorna in mente la savana.
I leoni, quando lui passava, si nascondevano dietro i rari cespugli di erba secca e le zebre e gli gnu ridevano tra i denti. Era veloce, mai come i ghepardi, ma era velocissimo, un vero fulmine.

A piedi scalzi alzava terra ovunque, i suoi capelli ricci e lunghi sembravano inseguirlo senza esito e, ora, arrampicato su quel baobab, urlava come un animale per poi saltare di nuovo verso il suolo e correre verso il fiumiciattolo.
Gli ritorna in mente che si sentiva potente, si sentiva agile e forte, si sentiva invincibile, il Re, si sentiva vivo.

Il suo ritorno in Europa fu una vera gioia. Assieme a Laurie cominciò la sua nuova vita. Si ricorda ancora di quella casa a Nova Barcelona, i caffè a metà pomeriggio, i dischi di vinile, le birre fresche prima di cena e gli infiniti baci sotto la luna. Avevano comprato poster, arredato casa e annaffiato piantine dalla corta vita.

Di giorno lei era la Regina.
Di notte, il Re, era lui. Tra i tetti della città e le stradine del centro storico correva come nella savana.

Gli ritorna in mente la mascella frantumata di Jimmy O’Toole; l’intestino di Aziz uscirgli dalla bocca; vede ancora volare i denti di Yuri Stakanov; i pezzi di orecchio di Totò Pantaleone; la sensazione di assoluto potere e giustizia che lo governava. I muscoli in tensione e l’adrenalina uscendo dai pori.

Si ricorda e gli tremano le gambe.
Su quel cornicione gli ritorna in mente quando entrando a casa, con un mazzo di rose rosse, alzò il piede e vide la suola rossa di sangue.

Quando poi, in ginocchio, le lacrime non cessavano di nascere e l’esile corpicino di Laurie lasciava partire l’ultimo respiro tra le sue braccia, si ricorda che, in quel momento, morì.

Game Over (3/3)

Il vento è sempre più forte e la pioggia rimane costante. L’elicottero dei Mossos è da venti minuti che gira intorno all’edificio, illuminando di bianco nucleare ciò che punta.

Ora è il suo viso, ora la parete, ora il cielo, ora due piccioni con la testa tra le ali. Il rumore della tempesta è accompagnato dal frastuono delle eliche; un bel requiem.

Il flash dei giornalisti appostati su un ennesimo elicottero gli fanno rimbalzare il cervello e come in un caleidoscopio bianco e nero tutto gira in torno a lui. Un vortice morboso diretto a nessuna parte.

Le mani di Jordi si muovono veloci e sicure. Il joystick è suo e a suo piacere si muove. Seduto su uno sgabello è all’ultimo livello, l’emozione è a livelli altissimi e intorno a lui c’è sempre più gente a guardare. La tensione cresce ma le sue mani non lo tradiscono e tra attacchi frontali, combo e salti mortali continua ad avanzare verso la vittoria finale.

L’adrenalina del momento invade il suo corpo e i pugni, dopo ore inattivi, si chiudono forte. I quadricipiti si attivano e la muscolatura paravertebrale reagisce allo stimolo raddrizzando la schiena e scendendo le spalle.

Il collo, infine, alza il cranio platealmente proprio nel momento in cui la luce bianca di un fulmine illumina il suo viso che appare sorprendentemente carico di forza.

La coppia di piccioni, sorpresi dalla violenta tempesta, si protegge appollaiata ad un cornicione. Con le teste tra le ali e i corpi gonfiati appaiono come due giganteschi batuffoli di sporcizia e smog. Sembrano non avere intenzione di muoversi salvo estrema necessità e come da copione la necessità arriva.

Un inquilino sballato, dal ventisettesimo piano, lascia cadere il mozzicone della sua canna che atterra direttamente sul collo di uno dei volatili. I batuffoli diventano strane forme in movimento.

Come risvegliato da un incubo sembra non capire come sia andato a finire su quel cornicione. Il suo cervello ricomincia a macchinare e anche se pieno di rabbia e dolore sembra capire che deve andare avanti, continuare a lottare, come sempre ha fatto nella sua vita. Finalmente si sente vivo, carico e con fame di vendetta.

I piccioni in preda al panico muovono le ali freneticamente, sbattono sulle pareti e provano, senza successo, a prendere il volo.

Comincia a camminare verso la finestra quando una strana forma nera e grigia di penne e sporcizia sbuca dal nulla.
Lo spazio è minimo e l’atto riflesso è quello di muovere le mani e indietreggiare, il piede non trova il cornicione e la pioggia continua a punire la città.

La tempesta diventa un pianto e anche il cielo piange; a volo d’uccello attraversiamo le nuvole e ci lanciamo a massima velocità verso le strade sottostanti. Passano gocce, nuvole e i primi tetti dei grattacieli ci sfiorano le guance, in fondo vediamo un gruppo di persone riunite intorno a un corpo vestito di blu.

Qualcuno chiama un’ambulanza, qualcuno si porta la mano alla bocca o ai capelli, qualcun’altro non può fare altro che piangere.

Dall’alto, ma sempre più vicini, vediamo su sfondo blu, una B e una M in giallo oro. Ora una goccia di sangue macchia l’immagine.

Una piccolissima goccia di sudore cade dalla fronte di Jordi, scivola sulla mano e l’attrito sparisce. Era la mossa finale, l’ultima fatica per raggiungere il record.

La gente se ne va delusa e sullo schermo i pixel formano una scritta gialla su sfondo nero: GAME OVER.

Deja un comentario

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *