Birdman

Iñárritu vola da solo

La necessità di essere riconosciuti. Quella strana necessitá che ci porta a fare di tutto affinchè il resto degli umani ci ammiri. Quel bisogno di sentirsi realizzati solo attraverso l’accettazione degli altri, come guardarsi a uno specchio gigante che riflette solo per i nostri occhi ciò che crediamo siano gli occhi del mondo. Quel bisogno irreale e impossibile di credersi importante, di credersi indispensabile. Abbiamo bisogno di essere utili a qualcuno e se quel qualcuno e tanta, ma tanta gente, meglio ancora.

Riggan Thomson è un attore di Hollywood celebre per indossare, durante gli anni 90, il costume di un supereroe (Birdman) che arrivato al crocevia della sua vita personale sente l’urgente bisogno di essere riconosciuto come un vero artista. Decide così di dirigere a Broadway un pezzo teatrale di Raymond Carver. Le vicissitudini del progetto porteranno a Riggan a esplorare nel piú profondo il suo cervello, il suo cuore.

Alejandro González Iñárritu dopo i successi in collaborazione con la penna di Guillermo Arriaga di Amores Perros, 21 Gramos o Babel aveva abbandonato definitivamente quello stampo così caratteristico della coppia (che consisteva nel frazionare la cronologia della narrazione e spargere i pezzi del puzzle) con il suo film ‘in solitario’ Biutiful senza però raggiungere i livelli che si aspettavano. Con Birdman il regista vuole dimostrare le sue capacitè tecniche e narrative senza l’aiuto di nessuno (un pò come lo stesso protagonista del film) e si imbarca in un progetto che vuole volare alto, molto in alto.

birman

Utilizzando la creazione di un’opera teatrale, il regista ha l’intenzione di scavare nel più profondo del personaggio protagonista per scoprire e tirare fuori tutti i rimpianti, le paure e le insicurezze personali. Non è questa una gran novità, recentemente il maestro Polanski ci lasciava con la bocca aperta con la sua sensuale Venus in Fur e poco prima il geniale Charlie Kaufman ci tramortiva con la sua complicata Synecdoche, New York, utilizzando (diciamo così) lo stesso metodo. Il teatro dentro il cinema, la matrioska perfetta per entrare nei pensieri dei personaggi.

Lo stesso teatro diventa, nei tre progetti citati, la metafora perfetta del cervello umano. I laberintici corridoi sono i nostri frenetici neuroni, il palcoscenico è l’azione finale, il messaggio che diamo al mondo, la platea non è altro che la nostra paura a non essere accettati o il nostro desiderio di essere riconosciuti. Insomma, il teatro come forma di psicoanalisi è un ottimo meccanismo nelle mani dei grandi autori.

Con un falso piano sequenza che dura 120 minuti Iñárritu ci porta a conoscere personaggi divertenti con i nervi a fior di pelle (isterici a dir poco); situazioni imbarazzanti, surreali e drammatiche. Un vortice di emotiva sincerità che attraverso un cast eccezionale (Micheal Keaton ed Edward Norton creano scintille) raccoglie le paure di Riggan per trasformarle in una black comedy da incorniciare. Approfitta la terapia per (in teoria) fare una critica al cinema più commerciale per poi, in fin dei conti, girare la frittata e prendere di mira il cosidetto cinema d’autore.

Forse alla fine non spicca del tutto il volo e il regista messicano non riesce a fare un film del tutto completo ma una cosa è certa: sono due ore di piacevolissima dimostrazione tecnica e narrativa. A volte un pò troppo presuntuoso e a volte un pò troppo ‘artista’ Alejandro González Iñárritu è comunque un buon regista che a volte, sorprende con film come questi, un lavoro singolare, fresco e divertente.

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