Quel bel vapore

Finalmente avevo i suoi capelli tra le mie mani. Osservavo il castano che scivolava tra le mie dita, riuscivo a sentire la vellutata sensazione della bellezza. Giocherellavo con i suoi lunghi capelli e, intanto, riposavamo sdraiati. Quaranta minuti prima c’era il fuoco intorno a noi. I vestiti volavano in una voragine che li portava su e li faceva girare ad un velocità vertiginosa.

La pelle bruciava e il vapore creato dai nostri sospiri assopiva l’ambiente. Nebbia calda. Vapore rovente. I suoi capelli riposavano. La sua spalla faceva su e giù, i suoi occhi socchiusi e i piedi che si accarezzavano tra loro. Prima di rimanere sdraiati in quel divano le mie mani circondavano il suo viso, i pollici accarezzavano le sue labbra e gli indici domavano i capelli dietro le orecchie, lei scalava, con le sue dita, la mia schiena, dalle lombari alle cervicali, arrivando a incastrare le sue mani tra i miei capelli.

Avevamo aspettato tanto quel momento. Almeno io.

La nuvola rossa di fuoco ci avvolgeva con furia. Danzavamo appiccicati l’uno all’altra e non esisteva nient’altro. Scoprire gli angoli più reconditi dei nostri corpi per tornare alle grandi pianure già conosciute. Le colline dei suoi seni, la valle del suo addome, le rocce delle sue rotule. Fondersi in uno, come mai era successo prima. Fondersi in uno, come mai lo avevo fatto con nessuna. L’umidità creò la pioggia, una pioggia bollente che la nostra pelle non sentiva neanche. Cento gradi centigradi che solleticavano i nostri sensi, aprivano i nostri pori e creavano forze magnetiche che univano le nostre labbra in baci mai visti prima.

Avevo aspettato a lungo quel momento. La realtà del platonico, la forza del desiderio, l’attrazione dei contrari.

Ascoltavo Colapesce. Fumavo l’ultima canna che mi rimaneva. Non era il miglior fumo che avevo provato ma non era poi cosi male. Mandasti un whatsapp abbastanza criptico che diceva qualcosa del tipo “imbarazzo. La parola è questa. Ma devo assolutamente dirti due cose.” La doppio malto che mi stavo scolando si scaldò di colpo e lo spinello evaporò tutto d’un tratto. “Che succede?”.

“Posso passare da te?”. “Certo, come no”. Oh, cazzo. Oh, cazzo.

Lavandino, doccia, acqua. Ho bisogno di acqua. Lavarmi, sapone, shampoo e doccia schiuma. I vestiti in giro per casa, la spazzatura. Via, subito.

DRIIIIIIN. Oh, cazzo.

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione. Spalancai la porta come impaziente: un fascio di luce tremendo, violento e dolce mi riempì i polmoni e il corpo intero. Era lì davanti a me, bellissima. I suoi capelli color terra riempivano l’uscio. Indossava gli short che le stanno così bene e quella maglietta senza maniche. La sua borsetta nera e i sandali. Le unghie dei piedi rosse come quelle delle mani, rosse come le labbra, come le guance, come la spilla che indossava. “Mi fai entrare o vuoi restare lì a guardarmi?”.

Preparai due gin tonic. Mi restava un po’ di Tanqueray e un po’ di Bombay. “Tanqueray o Bombay?” e serena dicesti “fai te, se stasera bevo é solo per dimenticare”. Oh….cazzo. Oh, cazzo.

Un bel disco ci voleva, “High Violet” dei The National per circondarci e aiutarci a parlare. “Io….non so come dirti questo, è veramente troppo facile e allo stesso tempo troppo complicato. Non voglio che le cose tra noi cambino, non voglio rompere una cosa così bella….Io, beh, come dirtelo…” e fu così che le mie mani, stanche di aspettare il codardo cervello, presero il suo viso. Le mie labbra si unirono alle sue. Fiamme. Fuochi d’artificio. Incendio.

Finalmente avevo i suoi capelli tra le mie mani. Sembra ieri.

Non so quanto tempo sia passato, le birre che mi scolo la mattina non aiutano alla memoria. Ho la pancia, qualche capello è fuggito via di corsa e non faccio sport. Perchè mi sei venuta in mente proprio ora? Ho capito solo adesso che l’errore più grande della mia vita fu lasciarti scappare? La tua pelle soffice e profumata mi ritorna in mente con violenza, schiaffeggiandomi con forza il cuore. Ti piaceva andare al cinema a vedere i film stranieri, americani e coreani. Quella sera fu l’apice della mia miserabile vita.

Quella sera sfiorai il paradiso con le punte delle dita. Scrivevo rime bellissime, godevo del niente e del silenzio. Ero un felicissimo satellite che cantava serenate e comprava fiori rossi. I tuoi tacchi e i tuoi sandali e le tue occhiaie della domenica mattina.

Ora sono qua seduto sul terrazzo. Ho gli occhiali da sole perché il sole scotta e se non ti proteggi gli occhi diventi cieco. Guardo le petunie che mi ha portato mia madre e vedo qualcosa di strano. I petali si muovono e non sembra per colpa del vento. Si gonfiano e si sgonfiano. Sembrano respirare. Mi avvicino. Le petunie respirano, il fucsia e il giallo si muovono ad un ritmo respiratorio normale. Le tocco con un dito, accarezzo il velluto che ricopre il timido fiore e i petali continuano a respirare.

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione.

-Ma sta facendo yoga? Cosa fa?

-Credo stia meditando.

-Meditando? Ma se questo non capisce un cazzo…

-Eh, che ne so, seduto così, con gli occhi chiusi, qualcosa farà…

-Boh, sta veramente male comunque.

-Scatenato!

-Gli facciamo uno scherzo??

-Ahahaha. Come no!

-Dai allora, prendi le chiavi della cella. Ti aspetto.

-Arrivo!

Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione.

I petali si aprono come un ombrello. Dal profondo del fiore qualcosa si sta agitando. Qualcosa sta uscendo da questa colorata petunia. Bocca aperta. Rimango a bocca aperta. Con calma, in bikini e con gli occhiali da sole esce, da dentro il fiore, una personcina. Una personcina piccolina. Hop, un salto e via, si stende sulla terra umida del vaso. Mi strofino gli occhi. Non è possibile, non è possibile. Indossa un bikini viola con pois bianchi ed è piccolina come un soldatino di plastica, ma non è inerte, si muove, si toglie gli occhiali da sole e mi guarda sorridendo.

Mi fissa e i miei occhi non riescono a crederci. È lei, dopo tanti anni; e sbuca da dentro una petunia fucsia e gialla. Inizia a camminare verso di me (lentamente) e stende le mani come se volesse toccarmi. Io vorrei abbracciarla, vorrei piangere raggomitolato sul suo collo, toccarle il culo, prendere il suo viso con le mie mani e poi baciarla fino a diventare una sola cosa.

Ma non posso, è minuscola. Non posso abbracciarla, non posso baciarla, non posso piangere sul suo collo (il suo collo aveva un profumo dolce e fresco, come un’albicocca, ma non profumava di albicocca, ne sono sicuro, era piú che altro un profumo al miele, miele, cedro e legno; qualcosa del genere. Profumava troppo bene).

Gli offro la mia mano come un King Kong depilato e lei, piccolissima, ci sale sopra. Avvicino la mia mano alla mia bocca come quando vuoi soffiare un piatto troppo caldo e con l’indice dell’altra mano accarezzo la sua testolina e lei mi bacia il polpastrello, si abbraccia al mio dito e il mio cuore va a mille.

-Dai, sbrigati! Se ci beccano ci fanno un culo cosí.

-Ho capito! Se almeno mi dessi una mano a portare la bacinella…

-Sono il veterano, un pó di rispetto. Dai, sú, entriamo.

-Allora, al mio tre aiutami a svuotarla, ok?

-Eheheh…ci sto.

-Allora…uno…due…tre!

Sorridiamo e ci guardiamo e dietro di me un gran rumore. Mi giro di scatto e dal soggiorno vedo formarsi un’onda gigantesca. La schiuma dell’acqua si dirige con violenza verso il balcone, verso me e lei. Mi raggomitolo per proteggerla dall’inevitabile impatto, sento le prime gocce d’acqua arrivare, un’acqua calda, non bollente, ma calda. Mi chiudo in me stesso e prima che arrivi l’onda riesco a dire due parole: “sembra ieri”.

L’impatto è bestiale, è caldo, è violento. Poi, il nulla. Una nuvola di vapore, come quelle di una bella doccia calda, no mi fa vedere niente. Provo a guardarmi le mani ma non le trovo, sposto l’aria con i miei arti invisibili ma l’aria non si sposta. La nuvola rimane. La nebbia calda mi circonda e di colpo sto bene. Rinchiuso in questo bel vapore sono tranquillo e niente mi fa male.

-Ma che cazzo…!?

-Oh mio Dio, com’è possibile?

-Sparito nel nulla?

-Ma poi che cazzo è tutto questo vapore?

-Cazzo, cazzo, cazzo….!!

-Siamo fottuti…

Le gocce non cadono. La nuvola resiste. Il vapore rimane.

Quel bel vapore.

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