Anima latina

Lucio Battisti e la sua pietra miliare

Era il 1974, l’anno di Cruyff e l’arancia meccanica, del calcio totale e dell’Esorcista. Al cinema c’era Robert de Niro come il giovane don Vito e Tobe Hooper trionfava con The Texas Chain Saw Massacre. C’era aria di rivolta e provocazione, di eleganza e innovazione. In Italia Jesus Christ Superstar andava di brutto insieme a Mina e la sua Frutta e Verdura. E lì, rinchiuso nel suo studio, Lucio Battisti, reduce da dischi di storico successo come “Il mio canto libero” e “Il nostro caro angelo”, viene colpito dal fulmine della genialità.

Ha appena finito di scrivere Anima Latina, il disco più importante della sua vita. Sempre è difficile parlare di Lucio Battisti, le sue canzoni sono così appiccicate al mio DNA che è come parlare della paella di mia madre o dei ricordi della mia infanzia.

Non esiste un distaccamento freddo e oggettivo, il musicista (o meglio, le sue canzoni) sono un tutt’uno, un susseguirsi di ricordi e sensazioni che vanno da mio padre al sentimento di viaggiare, dall’amore adolescenziale alla scoperta di una nuova vita. Difficile parlarne, ok, ma un piacere rendergli omaggio.

Il Battisti nazional-popolare, quello osannato dall’italiano medio e detestato dalla critica più militante, è sempre stato sottovalutato per il suo non “impegnarsi” politicamente e per creare “canzonette” facili per tutti i pubblici.

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Tutte cazzate grosse come una casa; la coppia Mogol-Battisti è stata forse la più prolifica e sensibile coppia artistica del Bel Paese, capace come nessuno di toccare le corde più sensibili di qualsiasi uomo comune. E questo, amici, non è cosa da tutti.

Se De Andrè simboleggia la poesia anarchica ed elegante e Guccini l’impegno militante e l’ironia più raffinata, Battisti è il fiore puro dei sentimenti, il cavaliere della melanconia e della semplicità.

Sempre accompagnato dal fedele scudiero Mogol, Battisti tira fuori dal cappello un disco praticamente perfetto. Le chiare influenze delle musiche popolari brasiliane, che tanto avevano colpito l’artista in uno dei suoi viaggi, sono una delle parti fondamentali dell’album.

Ma non possiamo dire che sia un semplice adattare i suoni più esotici alla cultura mediterranea, Battisti va oltre, molto più in là. Lucio gioca con il rock e il progressive e il risultato è una delizia da nuovelle cuisine.

Un pò come creare un materiale nuovo; lo scienziato musicista, nel suo laboratorio, ha trovato un suono unico, una sensazione nuova e impossibile da copiare. Sperimentare, è qui la chiave.

Faccio quello che mi pare, e lo faccio bene.

Così prende il classico pop italiano, le percussioni più esotiche, i ritmi progressivi e quella strana sensazione di atmosfera sonica. Crea una nuova via, la strada parallela. Dimostra a tutti di cosa è capace; “faccio quello che mi pare, e lo faccio bene” sembrava voler dire.

L’album in se è anche un prodigio estetico, le foto di Caesar Monti che riprendono un gruppo di bambini che giocano a essere grandi al calar del sole sono immagini iconiche e di una bellezza enorme. Un disco ostico per il grande pubblico che forse aspettava a cuore aperto l’ennesimo hit sull’amore e la disperazione.

La pietra miliare della discografia del romano. “Vent’anni, è avanti vent’anni” diceva mio padre già vent’anni fa. Aveva ragione e ancora ce l’ha quando, emozionato dall’odore dei fiori di pesco e dai pensieri e dalle parole, dice convinto: “è avanti vent’anni”. “Questo mio ultimo LP, Anima Latina, è per me un’operazione culturale, quasi un esperimento, e tale dovrà restare”. Chiaro, no?

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